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" Qui Montecitorio" . Disamina di Enrico Borghi rispetto alla situazione politica italiana e del Pd

Dunque, Matteo Renzi ha mantenuto la parola data e ha rassegnato le dimissioni. Dopo il rito delle consultazioni, si è aperta la strada al governo presieduto da Paolo Gentiloni.
Una scelta che va da un lato nel senso della continuità politica (le consultazioni hanno fatto chiaramente intendere che non c’è nessuna forza di opposizione disponibile a “sporcarsi le mani” nella gestione di una fase politica ed economica difficile, preferendo il più facile sport di sparare da fuori),e dall’altro di dare un segnale di continuità e affidabilità dell’Italia all’estero.
L’Italia nel 2017 avrà tre appuntamenti internazionali di livello. Anzitutto, l’ingresso nel consiglio sicurezza dell’ONU come seggio non permanente, che ci assegna un rango di potenza non regionale ma globale. Poi, la presidenza del G7 e la relativa organizzazione a fine maggio, in Sicilia, in un vertice mondiale nel quale praticamente tutti i grandi partner mondiali si presenteranno con nuovi vertici politici, tranne la Germania di Angela Merkel. Da ultimo, l’anniversario dei Trattati di Roma di fondazione dell’Europa unita, occasione più che propizia per riflettere -ed agire-sulla difficoltà del processo unitario. Arrivare senza governo in queste circostanze sarebbe stato un gesto irresponsabile.
Anche perché le nubi sull’Italia si addensano, e il paese -terminata l’ubriacatura della più brutta campagna elettorale di sempre- scopre improvvisamente alcune magagne che la sua accentuata propensione alla faziosità interna e all’incapacità di riformarsi potrebbero acuire.
Su tutte, la vicenda della ricapitalizzazione del Monte dei Paschi di Siena, che stante l’incapacità del mercato di garantirla nei tempi dovuti impone un decreto governativo per l’ingresso in campo dello Stato come garante di ultima istanza.
Il trentennio liberista -iniziato con Reagan e la Thatcer, e passato anche attraverso errori democratici come la abolizione della legge sulla separazione bancaria fatta da Bill Clinton nel 1999 che apri’ la porta della speculazione bancaria fatta coi soldi di famiglie e imprese- si chiude richiamando in campo il tanto vituperato sistema pubblico per evitare scosse telluriche al sistema del credito nazionale (e non scordiamoci che il problema banche dopo MPS si chiama Veneto Banca!).
Se a questo aggiungiamo il fatto che uno degli effetti dell’esito del referendum è quello di avere un caso incredibile (ovvero due rami del Parlamento paritari eleggibili l’uno con un sistema ipermaggioritario sub judice di giudizio di costituzionalità e l’altro con un sistema iperproporzionale, dando così vita a maggioranze diverse tra Camera e Senato),si comprende come l’esigenza di avere un governo nel pieno dei poteri sia avvertita. Con buona pace degli avventuristi che in queste ore urlando “al voto al voto” sapendo che non ci potrà essere, solo per il gusto di cavalcare la tigre.
Gentiloni è una persona preparata, che conosce bene i dossier (anche -per noi dell’arco alpino- quello dell’intricato e spinoso rapporto con la Svizzera sul quale con lui in questi anni abbiamo come parlamentari delle zone di confine ben lavorato) ed ha dosi di mediazione e di realismo. Qualità destinate a rivelarsi preziose, nelle settimane a venire.
Dentro la fragilità nazionale, il voto referendario ha fatto venire a galla una fragilità intriseca al PD. E a mio avviso è su questo, anche su questo, che dovremmo indirizzare il congresso che giustamente Renzi propone di anticipare, piuttosto che pensare alle conte, alle epurazioni o ai posizionamenti tattici.
Il nodo fragile è la cosiddetta “vocazione maggioritaria”, che abbiamo provato a realizzare dentro un sistema che non era maggioritario, ma proporzionale drogato di abnormi premi di maggioranza a causa del Porcellum. In un paese che ha cinque sistemi elettorali diversi per ogni livello istituzionale. Diciamoci la verità: abbiamo tentato per via istituzionale di forzare l’evoluzione del sistema dapprima verso una direzione di alternanza bipolare e poi verso una torsione quasi presidenzialistica, perdendo nel frattempo l’ancoraggio con la realtà sociale. La quale, mentre si cantavano le lodi del bipolarismo, si è frammentata in tre poli sostanzialmente identitici in termini di consenso, mentre nel Palazzo la risposta a tale impostazione è stata un variegato mondo fatto di partiti sempre più evanescenti quanto più invadenti nella gestione della cosa pubblica e nello spregiudicato uso dei poteri, dalla magistratura alla informazione.
Abbiamo bisogno di ricostruire questa impostazione, di cui la personalizzazione e il leaderismo non sono che un epifenomeno, e a mio avviso lo si può fare solo rimettendo al centro della politica la persona e le comunità, intese non come elemento di marketing o massificazione alla scelta dei vari capi partito, ma come elementi fondativi e costitutivi delle istituzioni e dei partiti.
Dobbiamo, insomma, emanciparci dal concetto della politica come potere fine a se stesso, per tornare ad una idea di politica come progetto, prospettiva, utopia e servizio.
Da qui discende una riorganizzazione istituzionale e una idea della democrazia, che andrà poi sintetizzata dentro la nuova legge elettorale, senza illuderci che siano i magistrati costituzionali a levarci dal fuoco le castagne di scelte che sono, saranno e resteranno, per fortuna, tutte politiche.


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