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Mons. Brambilla: Discorso di San Gaudenzio 2013

vescovo novaraCarissimi, oggi, con la solenne celebrazione di san Gaudenzio, giunge a compimento il mio primo anno tra voi. Il giorno 23 gennaio dello scorso anno prendevo possesso canonico della Diocesi di Novara. La festa del Patrono di Novara e della Diocesi d’ora in avanti rappresenterà per me quasi la scansione delle tappe del mio servizio episcopale alla Chiesa novarese: per così dire il mio compleanno a Novara. Perciò ho pensato di cominciare dall’inizio. Ho preso tra le mani la biografia medievale di san Gaudenzio, nella bella edizione critica pubblicata esattamente trent’anni fa, e ne ho letto con calma la nitida ed edificante descrizione nello stile delle Legendae che dovevano essere appunto lette nella celebrazione del salterio liturgico. Tra le nove lectiones in cui è scandita la Vita mi sono soffermato sulla scena che sento più prossima alla mia condizione attuale e che ho fatto esporre qui sopra col “telero” di Giovanni Mauro della Rovere detto il Fiammenghino, quasi a visualizzare davanti ai vostri occhi la scena che vi faccio riascoltare dalla Vita sancti Gaudentii:

Appena il beato Gaudenzio conobbe, per dono dello Spirito, l’arrivo di un personaggio così eminente [S. Ambrogio], cercò di andargli incontro. E quello, vedendolo, lo baciò teneramente e, quasi gridando, annunciandogli una cosa arcana, gli disse: «Vedo che tu sarai Vescovo». E l’altro, prevedendo per la stessa grazia il futuro, con viso calmo com’era abitualmente, lontano dal contraddirlo, di rimando gli disse: «Sì! Ma sarò fatto da un altro». E così avvenne che, causa e origine di un identico miracolo, animati da un unico spirito, entrambi predissero il futuro: l’uno relativamente al fatto, l’altro relativamente al tempo. E dopo essersi reciprocamente salutati, il beato Ambrogio ritornò nella città di Milano. Dopo non molto tempo, secondo la predizione del beato Gaudenzio, tornò al Signore con una gloriosa morte, predicendo a sua volta il successore nella degna persona del beatissimo Simpliciano. [12]

E così, per grazia di Dio, [Gaudenzio] meritò per primo di arrivare alla dignità episcopale nella sede novarese. Ricevuto l’onore del pontificato dal beatissimo Arcivescovo Simpliciano, si fece tutto a tutti. [13]

Vedete che qui sopra nel telero Gaudenzio è già vestito con le vesti episcopali, così che la profezia sul futuro è anticipata nella scena al momento dell’incontro. Il racconto descrive con finezza la reciproca stima di Ambrogio e Gaudenzio e riserva a ciascuno la sua parte: ad Ambrogio la volontà di costituire la Chiesa di Novara dandole un Vescovo, lasciando a Gaudenzio e alla sua comunità il tempo della sua realizzazione. Essa è avvenuta per le mani del successore di Ambrogio, il filosofo neoplatonico Simpliciano, che è stata la vera guida della conversione di Agostino. Per il resto il racconto della Vita colloca la scena sul cammino di ritorno di sant’Am­brogio da Vercelli, la città di Eusebio maestro spirituale di Gaudenzio. Al di là del rivestimento edificante ne emerge un’immagine della Chiesa antica che collega con un filo d’oro personalità di grande rilievo che ebbero tutte un ruolo decisivo nella lotta che portò le Chiese del Nord Italia nel grande trapasso culturale dal mondo romano all’evangelizzazione dei popoli germanici. Un trapasso che troverà nella Città di Dio (413-426) di sant’A­gostino l’opera magistrale che è a fondamento dell’Occidente cristiano. Perciò sento questa tappa della vita di Gaudenzio come ispiratrice anche del nostro tempo di grandi trasformazioni. La controversia decisiva era, allora, sulla divinità di Gesù Cristo contro l’arianesimo: sant’Euse­bio per questo fu mandato in esilio e Gaudenzio tentò di raggiungerlo, ma fu rinviato a presidiare le comunità di questa regione tra il Sesia e il Ticino. La battaglia teologica della grande Chiesa cattolica sosteneva un’idea di unità in Dio attraverso la pluralità delle Persone divine, che aveva un immediato risvolto sociale e civile, perché professava un modello di convivenza come comunione delle diversità personali e sociali. Per questo fu sovente contrastata dal potere imperiale romano prima, e germanico poi. Ma tutto ciò favorì anche l’evange­lizzazione delle campagne e la costruzione di nuove chiese, cosa che nel V e VI secolo diede il volto al cristianesimo del Nord Italia. C’è stato un altro tempo dove le nostre regioni furono oggetto di un forte momento di trasformazione. È il tempo successivo alla Riforma protestante, che vide un parallelo movimento di Riforma cattolica e che ebbe anche a Novara un illustre rappresentante nel barnabita Carlo Bascapé, prima segretario di san Carlo e poi vescovo della sede gaudenziana (1593-1615). Esso è ricordato come secondo fondatore della Diocesi. Nella sua Historia Ecclesiae Mediolanensis (1615), subito all’inizio, Bascapè ha un’espressio­ne folgorante, che fu ricordata nel 1985 da mons. Del Monte, quando con spirito profetico cominciava ad avvertire che bisognasse ripensare il modo di essere presente della Chiesa nella società: qui de ecclesia dicit, de civitate tacere non potest; non si può parlare della chiesa, tacendo della società in cui essa vive. Sento questo impulso particolarmente urgente anche per noi oggi, anzi per tutta la nostra Chiesa di Novara. Potremmo riassumere le due provocazioni che ci vengono dalla storia: 1) la prima dall’origine gaudenziana: le grandi trasformazioni che vengono dalla storia incidono profondamente sul modo di dire il Vangelo, ma la fede cristiana è un lievito capace di far fermentare anche la pasta più resistente; 2) la seconda dalla riforma post tridentina: il dirsi del Vangelo e della Chiesa deve realizzarsi dentro il territorio e le trasformazioni sociali. Da qui i due punti della mia riflessione in questo giorno di festa solenne.

Chiesa, cosa dici di te stessa?

Qui dicit de ecclesia... “Chi dice della Chiesa” – affermava il Bascapé – non può dirla che in rapporto alle situazioni concrete degli uomini, in contatto con le condizioni del proprio tempo. Eppure prima di parlare della Chiesa, occorre porre una domanda più radicale: Chiesa, cosa dici di te stessa? Questa domanda – voi sapete – è stata il leitmotiv del Concilio Vaticano II. Formulata dall’allora card. Montini, poi papa Paolo VI, il 5 dicembre 1962, in un memorabile intervento in aula conciliare, è diventata la bussola del Concilio per donare il Vangelo al mondo moderno. Nel Concilio la Chiesa ha parlato di se stessa, lasciandosi plasmare da Cristo (Lumen Gentium) dalla Parola di Dio (Dei Verbum) e dalla Liturgia (Sacrosanctum Concilium) per essere gioia e speranza nel mondo contemporaneo (Gaudium et Spes). Dopo cinquant’anni – in quest’Anno della fede – la domanda che vi ho posto nella lettera pastorale è semplice e decisiva allo stesso tempo: Come stai con la tua fede? La Chiesa può parlare di se stessa e sa parlare agli uomini d’oggi solo se accoglie il Signore come il centro e la luce della propria esistenza. Proprio in questa festa di san Gaudenzio, al di là della forte enfasi taumaturgica che attraversa la Vita sancti Gaudentii, vorrei richiamare tutti noi a questa domanda radicale: la nostra fede sta al centro della nostra esistenza, nutre il nostro pensare e il nostro agire, siamo capaci di trasmetterla con le forme della vita buona? Perché questa è la domanda essenziale! Segnali preoccupanti stanno attraversando anche il cielo della nostra città e della nostra regione: in questi ultimi vent’anni abbiamo coltivato una società delle infinite possibilità per ciascun individuo, ma – come ci ha detto recentemente un acuto interprete del nostro tempo – abbiamo vissuto una libertà dissipativa più che generativa (M. Magatti). Abbiamo dispiegato una libertà che ha aumentato le possibilità per gli individui allargando la forbice delle diseguaglianze, ma ha diminuito la capacità di generare più umano per tutti. Soprattutto il legame sociale si è indebolito ed è soggetto a una generale forma di depressione. Il consumo è diventato il nuovo idolo, la finanza il suo feticcio, invece la fatica dell’impresa e del lavoro è stata sacrificata e con essa la vicenda di molte persone e famiglie. Noi cristiani abbiamo anzitutto il compito di testimoniare che la vita umana e cristiana è un cammino condiviso: o ci si salva insieme o si precipita tutti nell’abisso. L’insorgere dei particolarismi scambiati per forme identitarie non porta da nessuna parte: anche al tempo di san Gaudenzio bussavano alle porte nuovi popoli e solo il cristianesimo è stato capace di metabolizzarne l’urto in una sintesi superiore. Crediamo noi veramente alla forza trasformante della fede cristiana, che abbatte il muro di separazione tra giudeo e greco, tra schiavo e libero, tra uomo e donna? La forza liberante del cristianesimo non mira solo all’eguaglianza (ciò che fa uguali sui diritti fondamentali), ma a creare legami, a rendere abitabile la terra, a trasmettere vita alle nuove generazioni, a dedicare risorse all’educazione, a favorire tutti i linguaggi che generano vita, cultura, arte, carità, prossimità, vicinanza, solidarietà. E l’elenco sarebbe infinito. Noi dobbiamo reimparare i linguaggi che “creano legami buoni”, voglia di comunità, passione per la famiglia, attaccamento alla vita. Se avessi tempo di raccontarvi la grande trasformazione che il tempo precedente e seguente san Gaudenzio ha generato nel mondo antico ne rimarreste affascinati. Tanto per darvi un’indica­zione dal concilio di Nicea del 325 a quello di Calcedonia del 451 è trascorso un secolo che ha cambiato il volto dell’Occidente: basterebbe dire la parola “persona” e la parola “charitas(agape)” (l’amor sui e l’amor Dei che presiedono alla città dell’uomo e della città di Dio di sant’Agostino) per dire ciò che ha prodotto un salto di qualità irreversibile della storia. E noi dovremmo aver paura delle “passioni tristi” del postmoderno? Usciamo dalle nostre case, viviamo con forza la nostra fede, costruiamo comunità accoglienti, dove la gente si sente a casa, riesce ad ascoltare, a pregare, a respirare, a incontrarsi, a perdonare. Ricostruiamo il tessuto sociale, dedicando tempo e creatività all’educazione e alla comunione, diamo risposte strutturate per la carità. Così ci diventerà insopportabile la retorica che ci avvolge in questi giorni, sapremo discernere le parole vere dalle promesse false e mirabolanti, ma soprattutto sapremo puntare sugli uomini migliori. Per meno di questo il cristianesimo è ridotto a essere una mano di vernice di un esangue umanesimo.

Come immaginare il futuro nel mondo che cambia?

de civitate tacere non potest. – continua la seconda parte della formula del Bascapè. Quando la Chiesa parla di se stessa e quando dice sé al mondo, non può tacere della civitas, cioè della società in cui vive. Civitatis Novariae sta scritto sul frontale di questa basilica di san Gaudenzio. Luogo di convergenza e di partenza per la città, anzi per tutto il territorio, piedistallo ideale di questa meravigliosa striscia di terra in mezzo tra il Sesia e il Ticino. Fa impressione notare che, quando mons. Del Monte nel 1985 ricordava questa espressione, prevedesse i mutamenti che da lì a poco si sarebbero messi in modo. Ascoltiamone un passaggio: «Lo spopolamento delle parrocchie, lo svuotamento delle valli, la corsa verso i capoluoghi territoriali, le nuove articolazioni civili, stanno rendendo gli stessi vicariati ad essere inidonei e insufficienti, sia a raccogliere le esigenze strutturali della chiesa, che camminano in parallelo con la gravitazione dei problemi umani, sia lo stesso strutturarsi delle comunità civili, che individuano comprensori più vasti per collocare nel territorio le loro strutture operative». E concludeva in modo lucido: «Il vecchio impianto pensato dal Bascapè che pilotò il passaggio dalle pievi alle parrocchie, ma le coordinò nei vicariati foranei, ora non appare più adeguato alle esigenze nuove del territorio». Leggere questo giudizio a quasi trent’anni, lo fa brillare per la sua preveggenza: oggi possiamo dire che non solo egli aveva visto bene, ma aveva previsto anche quello che la stessa Chiesa italiana avrebbe pensato per la riorganizzazione della presenza della Chiesa sul territorio per l’inizio del terzo millennio. Perché qui sta il nodo della questione: superare la comprensione prevalentemente geografica del territorio (pensate che il Bascapè ha raccolto in ben 46 tomi gli Atti delle sue visite pastorali, con una minuziosa rilevazione del territorio in tutte le sue manifestazioni storico-geografico-sociali), per dedicarci a una cura della dimensione antropologica del territorio. Occorre cioè a stare vicino alla vita quotidiana della gente, alle sue manifestazioni più importanti, che sono la cura e l’educazione degli affetti e della vita di famiglia, la custodia del ritmo prezioso tra lavoro e festa, l’attenzione alle forme di fragilità personale e sociale, l’investi­mento sulla educazione e sulla comunicazione, la formazione al senso della cittadinanza. La Chiesa in questo ha duplice un vantaggio che però non deve sciupare e che offre umilmente anche agli altri operatori sociali: primo, il suo orizzonte non è quello delle prossime elezioni ma delle future generazioni; secondo, essa punta sull’edu­cazione delle coscienze e delle motivazioni ideali, e poi arrischia di renderle presenti nelle opere della formazione e nelle iniziative della carità.

Per questo la chiesa de civitate tacere non potest! Vorrei anzi rendere noto in questa pubblica occasione che ho chiamato non solo le parrocchie della città di Novara, ma di tutta la diocesi a pensare tutte le loro scelte dentro quella che ho definito la Prospettiva 2020. Ho chiesto di rispondere a questa semplice domanda: ciò che stiamo facendo, il modo di rendere testimonianza del Vangelo, le nostre scelte pastorali, la maniera di star vicino alle famiglie, di educare i ragazzi e i giovani, di indicare percorsi di vita buona agli adulti, di accompagnare gli anziani e le forme diffuse di povertà e fragilità, sono veramente un atto corale di una Chiesa che cammina insieme con la gente? Vedo ancora molti particolarismi, troppe comunità ripiegate su se stesse, che pensano che tutte le parrocchie devono avere e fare tutto, senza un respiro comune, senza uno stile di sobrietà, senza uno slancio verso chi è assente, ma forse s’attende solo che ci s’interessi di lui. Non ci sono lontani e vicini alla Chiesa: questa è una misura di cui per fortuna non possediamo lo strumento di rilevazione, perché sarebbe come dire che ci sono lontani o vicini al Vangelo. Il Vangelo è per definizione l’annuncio che Dio si fa prossimo, che azzera le distanze e mette in crisi chi crede di possederlo e non di lasciarsi possedere. Su questo troverete il vostro Vescovo sempre attento e pronto. Ma egli sa che non potrà farlo se non con la sua Chiesa. Ve lo dissi il primo giorno del mio arrivo e ve lo ripeterò instancabilmente fin che il Signore mi darà forza: la Chiesa c’è per trasmettere il Vangelo per la vita quotidiana delle persone, come fonte di legami buoni, per far crescere le coscienze, custodire la vita delle famiglie, dire ai giovani che il futuro è nelle loro mani, sostenere gli adulti nel difficile cammino della fedeltà, favorire professionalità oneste, competenti, socialmente rilevanti, tenere sul candelabro le povertà e le fragilità diffuse per trovarvi rimedi efficaci e condivisi. Ma soprattutto una cosa vorrei dirvi: dobbiamo diffondere e alimentare una mentalità che non ha nell’avere il suo perno, nell’avidità che tutti ci corrode il suo ideale, nella frenesia del consumare la facile compensazione alla vuotezza della nostra anima. Guardate le nostre case: sono troppo piene di cose e povere di significati, di voglia di vivere! Bisogna sostenere i giovani e dir loro che diventar grandi è un lavoro duro e difficile, ma che ha in palio la cosa più bella, il destino stesso della loro vita e della nostra società da qui al 2020 e oltre. Solo se sproneremo a una libertà generativa in noi e attorno a noi supereremo questa terribile crisi, tornando a credere alla forza del nostro genio italiano, alla bellezza incomparabile delle nostre terre, al giacimento d’oro della nostra storia, arte, cultura, alle risorse di un cattolicesimo popolare capace di confrontarsi e interagire anche con tutte le altre forme di cultura e di religione. Carissimi, la festa di san Gaudenzio ha questo segno straordinario che è posto al centro della sua celebrazione. Esso è riferito a un evento prodigioso che la tradizione collega all’episodio da cui ha preso avvio questo mio primo Discorso di san Gaudenzio: per onorare l’incontro con sant’Am­brogio avvenuto nella stagione rigida dell’inverno, Gaudenzio, grande asceta, non aveva nulla in casa. Allora uscì nel giardino e trovò delle rose prodigiosamente spuntate e una manciata di frutti rinsecchiti. Rose e frutti ogni anno vengono ripresi da quello stupendo cesto di rami colorati, che amo pensare sia un “albero della vita”. Ne prendiamo i suoi fiori e frutti e li facciamo riportare a tutti coloro che collaborano alla vita sociale della città. Ogni anno lo facciamo nel segno, perché avvenga ogni giorno nella realtà della vita: non dimentichiamolo! Per la prima volta il vostro nuovo Vescovo ha voluto portare anche lui una rosa vera, una rosa vitae, che vuole generare vita. Mi sono domandato: e io Vescovo che cosa posso fare concretamente? Ho deciso, con l’ausilio di alcune persone del Progetto Passio, che il secondo “Quaresimale per l’economia e la finanza”, che si terrà il prossimo 7 marzo, abbia a tema La famiglia e la crisi attuale, per arrivare a un’opera concreta affidata alla nostra Caritas diocesana: una Fondazione per il microcredito, rivolto soprattutto alle donne e ai giovani, perché possano essere sostenuti economicamente se portatori di una buona idea di lavoro o servizio sociale. A questa impresa potranno partecipare sia enti sociali che privati. Questa è la mia piccola rosa, a cui voglio dare anche il mio personale contributo, perché possa generare molti frutti. San Gaudenzio, nostro patrono, noi ti offriamo ciascuno la nostra piccola rosa. Tu, trasformala nell’albero della vita! Franco Giulio Brambilla Vescovo di Novara

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