Questo sito consente l'invio di cookie di terze parti.
Se acconsenti all'uso dei cookie fai click su OK, se vuoi saperne di piú o negare il consenso fai click su leggi informativa

Sab24082019

Back Sei qui: Home Rubriche Notizie di Gli speciali della settimana

The Dark Side of the Moon compie 40 anni

Sono passati 40 anni dalla pubblicazione di Dark Side of the Moon.Non c’è bisogno di specificare che si tratta di un album dei Pink Floyd. Per il mondo, il lato in ombra della luna è una musica originale nel senso che fornisce le origini di ciò che seguirà, che sta al Novecento come il valzer all’Ottocento. Sicuramente, la prima spinta alla modernità musicale nel secolo scorso fu data dai Beatles, che tuttavia rimangono un ricordo racchiuso in un momento d’oro, mentre i Pink Floyd incidono una fessura nello spazio musicale che rimane ancora oggi un fiume in piena, perché legata anche a un pensiero atemporale: quello della follia umana. Crescere con questa nuova musica quaranta anni fa significava crescere cambiando punto di vista e unità di misura. Sempre 7 note, un pentagramma, ma una sonorità diversa che entrava nei salotti ordinati da mamme casalinghe che ci avevano cresciuti con lo zecchino d'oro e la musica del Carosello.Capivamo per la prima volta il significato della parola “stereo” con campane rintoccanti da un lato e battiti del cuore dal lato opposto a suggellare il tempo, il ritmo. Il lato oscuro, l’inquietudine. Abbandonavamo un'infanzia ingenua per avventurarci in sensazioni armoniche nuove, con assenze di ritornelli che cedevano il posto a loop. Quello che Picasso aveva fatto ai ritratti umani disintegrandoli in dimensioni diverse in cui l’inconscio aveva il sopravvento sulla realtà, i Pink Floyd lo avevano fatto alla musica. In seguito un senso di potenza crebbe con noi, la forza di voler abbattere il muro della consuetudine per non essere più solo un mattone in una società di automi, ma individui, unici protagonisti di un mondo migliore. Sono le due anime diverse dei Pink Floyd :quella psichedelica e quella rock, quella folle e solitaria e quella ribelle e di massa. Ognuna specchio delle due anime del gruppo: Barret e Waters. Il 24 marzo scorso tutto il mondo ha celebrato la nascita del capolavoro dei Pink Floyd con uno speciale ascolto online corredato da commenti e ricordi in diretta sul sito ufficiale dei Pink Floyd. La critica ha definito questo album “la Quinta Sinfonia di Beethoveen della fine del Novecento o Le Quattro Stagioni di Vivaldi di una intera generazione”. Fu un manifesto sull’uomo, che ha come protagonista il dubbio di tutti gli Amleto dell’epoca moderna. Anche la sola grafica della copertina prelude al disco: la luce entrando nella Piramide, simbolo di ignoto, ma divino, si frammenta nel prisma in tutti i colori come fossero personalità nascoste. Poi il battito cardiaco, la vita all’inizio e alla fine di questa l’esplorazione. Cinque anni prima Stanley Kubrick aveva firmato 2001 Odissea nello Spazio, Barret invece ci mostra che la faccia oscura della luna non è altro che la nostra parte più buia, alienata, angosciata, ma anche più visionaria e colma di potenza.I titoli dell’album sono emblematici Brain Damage, Eclipse. La musica diviene sinfonia di suoni in cui oltre la profondità degli strumenti si uniscono gli echi del quotidiano, tintinnanti monete, carte strappate, casse del supermercato, battiti cardiaci, annunci, rintocchi. Ci sono poi le voci. Persone che passavano per Abbey Road, nello studio di registrazione, e all’oscuro venivano interrogate in un questionario con domande che ricalcavano i temi del disco “cos’è la follia?” “avete paura della morte?”. Non pensatelo oggi voi che avete il blu ray e il dolby surround: immaginate allora le difficoltà di una registrazione binaria, della riproduzione di un'eco. La quadrifonia era un miracolo che si compiva per la prima volta con completezza. Questo album è rimasto per 15 anni in classifica negli Usa vendendo 25 milioni di copie. Ovvero chiunque possiede un giradischi, un lettore cd, in tutto il mondo ne ha almeno una copia. 

Nuovi mestieri : il food stylist

Il food styling è l’arte di rendere memorabile la cucina, creando piatti straordinari grazie a piccoli trucchi e segreti curiosi. Che poi, tradotto, significa abilità di trasformare il cibo in esperienza di bellezza, di raccontare questi passaggi con brio, di accostare sagome e colori rendendo la tavola una finestra aperta su un mondo di effetti speciali. Per comprendere davvero in cosa consiste il lavoro del food stylist bisogna lasciarsi alle spalle la cattiva abitudine di intendere il cibo come una chiave in grado di aprire una sola porta, provando a scorgere dell’eleganza vintage anche in un semplice kiwi: troppo complicato? La maggior parte delle immagini di ricette che trovate sui libri e sulle riviste di settore, che vedete in televisione o sui manifesti pubblicitari, mostrano uno styling sorprendente, efficace ed emozionale: vivacizzare e stravolgere gli schemi di un piatto. Sono sufficienti pochi gesti come infilzare, spalmare, grattugiare, intagliare etc. Ricette alla portata di tutti, ma presentate dopo una sessione di make-up accurato. Perché il food stylist e il food styling non cambiano solo i nostri piatti, ma l’approccio stesso alla cucina: ogni pietanza può diventare un progetto in cui sbizzarrire piacevolezza e fantasia, con grandi benefici per la tavola e per l’umore.. non sempre per la linea e lo stomaco. Pensate ad esempio alle immagini utilizzate dalle grandi catene di fast food. Quello che mangiate ha lo stesso aspetto di ciò che vedete pubblicizzato? No. Tutto merito del food stylist, appunto. Non significa che le immagini vengono riprodotte con Photoshop, ma che sono il risultato di un accurato lavoro di composizione effettuato da un esperto di ”bellezza alimentare”, un po’ cuoco, un po’ fotografo, un po’ furbo. Il segreto alla base della differenza tra i prodotti mostrati e quelli venduti non sta negli alimenti che li compongono, ma nel modo in cui questi vengono disposti e presentati. Nei primi la praticità lascia spazio a creatività ed armoniosità, e il gioco è fatto. Infine è chiaro che un piccolo ritocchino al computer non guasta mai, ma solo per eliminare i difetti naturali del cibo (passaggio obbligato per qualsiasi soggetto pubblicitario). E così ecco svelato il curioso mestiere del food stylist. Non si sa mai che possa essere fonte d’ispirazione per qualcuno di voi..

Elezioni: quasi 1400 gli amministratori comunali candidati

Sono 1363 gli amministratori comunali (250 i sindaci) che il 24 e 25 febbraio prossimi si presenteranno agli elettori chiamati a rinnovare la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica. E’ quanto emerge dalla fotografia scattata da Anci Comunicare che ha analizzato le liste presentate dai principali partiti che si sfideranno nelle prossime elezioni politiche. E’ il centro-destra (Pdl, Lega e Fratelli d’Italia) lo schieramento con il maggior numero di amministratori comunali in lista (701), seguito dal centro-sinistra, con un partito in meno in coalizione, che ne conta 304. Più indietro come candidature le liste a sostegno del premier uscente Mario Monti, che con la lista unica per il senato e le liste di Fli e Udc alla Camera totalizza 249 amministratori. ‘Rivoluzione Civile’ di Antonio Ingroia: tra Camera e Senato l’ex magistrato propone 96 amministratori provenienti dai Municipi italiani. Infine, il movimento di Oscar Giannino schiera 13 amministratori locali, dei quali uno è sindaco. Nel dettaglio per singoli partiti, dall’indagine di Anci Comunicare emerge come sia il Pdl, con 281 amministratori, il partito che più ha puntato sull’esperienza amministrativa nei Comuni. A seguire Fratelli d’Italia che ne schiera 216, la Lega Nord (204), l’Unione di Centro (191), il Partito Democratico (189), Sinistra Ecologia e Libertà (115), Rivoluzione Civile (96), Futuro e Libertà (31), Monti per l’Italia (27) e Fare per fermare il declino che ne conta 13. Partendo dalla coalizione di centro-sinistra, quella al momento più avanti nei sondaggi, l’indagine ci dice che il Pd tra sindaci e ‘vice’ conta 61 candidature. La maggior parte proviene dal Nord Italia (42 solo in Lombardia) e sempre la Lombardia in testa per i candidati di Sel (17) che però al Sud schiera ben sei sindaci su dodici nella sola Calabria. Come detto è il Pdl il partito con più amministratori comunali e anche in questo caso è la Lombardia in testa con 47 candidature seguita dal Veneto ( 34), Piemonte (26) ed Emilia-Romagna (24). Stesso primato del Nord (e non poteva essere altrimenti) per la Lega Nord. Il partito di Maroni candida 70 amministratori in Lombardia, 44 in Veneto e 26 in Emilia-Romagna. Seguono Toscana (10), Friuli Venezia Giulia (9), Liguria (8), Trentino (7), Marche (4) e Umbria (3). Fratelli d’Italia, il movimento fondato da Giorgia Meloni e Guido Crosetto, conta invece su 24 sindaci, 17 vicesindaci, 28 assessori e 147 consiglieri. Con 216 amministratori comunali candidati alle prossime elezioni politiche, Fratelli d’Italia è secondo solo al Pdl tra i partiti che più di tutti hanno voluto candidare amministratori dei Comuni alle prossime elezioni politiche. Il premier uscente Mario Monti ha lasciato spazio a 27 amministratori, 31 le candidature nelle liste di Futuro e Libertà. Il maggior numero degli amministratori comunali in questo schieramento arriva dall’Udc che per la sola Camera ha in lista 192 gli amministratori, tra sindaci (27), ‘vice’ (13), assessori (32), e consiglieri comunali (120). A differenza degli altri partiti, l’Unione di Centro punta sul Sud. Sono 6, infatti, i primi cittadini della Campania in lista, seguiti da altri quattro di Puglia e Sardegna. Infine gli amministratori di ‘Rivoluzione Civile’ di Antonio Ingroia e di ‘Fare per fermare il declino’ di Oscar Giannino. L’ex magistrato ne presenta 96, 60 sono in corsa per Montecitorio e 36 per Palazzo Madama. Anche in questo caso la regione preferita per far emergere le esperienze degli amministratori comunali è la Lombardia che ne avrà 19 tra le proprie fila. Novità assoluta di questa tornata, il movimento guidato dal giornalista economico Oscar Giannino conta “molti amministratori tra i nostri sostenitori”, afferma chi si occupa dell’organizzazione. I candidati non potevano essere moltissimi a causa dell’assoluta novità di questa formazione. Se ne contano in tutto 13, di cui 11 consiglieri, un sindaco e un vicesindaco; quasi la metà (sei) candidati in Lombardia.

Pet Therapy per i bimbi ricoverati al Maggiore di Novara

Pet Therapy, ovvero aiutare i malati o i disabili a sentirsi meglio, a sorridere grazie alla presenza di un animale. È quanto succede al reparto di Pediatria dell’Ospedale Maggiore della Carità di Novara dove, almeno una volta a settimana, Titta, un Golden Retriever di tre anni, gira fra i pazienti in compagnia della sua padrona la dottoressa Fabriza Canepa che ha spiegato: «Sicuramente ci vuole un cane adatto sia per carattere, sia anche come razza. Titta da questo punto di vista è perfetta, è dolcissima, sempre di buon umore e adora i bambini che spesso le corrono incontro appena entra in ospedale. La sua presenza, anche perché è un golden, razza da cui i più piccoli si sentono rassicurati, aiuta fisicamente i bambini prima di un’operazione o dopo a sentirsi meglio, a scaricare lo stress e , quindi, ad affrontare con più serenità la degenza in ospedale». Ma il piacere è sicuramente reciproco; complici anche i biscottini che le infermiere le tengono da parte, Titta sembra molto contenta di tutte le attenzioni di cui diventa oggetto ogni volta che mette la zampa in reparto. I bambini la coccolano, le fanno le carezze e Titta si gira prontamente sulla schiena per farsi grattare la pancia, tra i sorrisi e il divertimento di tutto. «Sebbene la pet therapy sia ormai universalmente accettata e riconosciuta, non è sempre facile trovare gli spazi adeguati per realizzare progetti di questo genere. Da parte nostra cerchiamo di fare il possibile, grazie soprattutto alla disponibilità di chi porta gli animali in reparto, e abbiamo visto che c’è un riscontro assolutamente positivo da parte dei nostri piccoli pazienti che gradiscono molto» ha chiosato la dottoressa Valeria Stangalini, Vice primario di Pediatria.

Editoria: calano tutte le principali testate

Gli ultimi dati Audipress confermano lo stato di profonda crisi dell’editoria. Scendono i lettori dei quotidiani in generale e tutti le principali testate registrano il segno meno. A partire dalla Gazzetta dello Sport che resta il giornale più letto d’Italia con 4.246.000 lettori, ma con un calo di 115 mila unità rispetto all’ultima rilevazione (-2,6%). E’ quanto emerge dall’indagine Audipress 2012/III sui lettori medi dei quotidiani, che sono la risultante delle rilevazioni dal 2 aprile all’8 luglio per il secondo ciclo 2012 e dal 17 settembre al 16 dicembre per il terzo ciclo 2012, basate su 29.441 interviste complessive. La Repubblica resta seconda con 3.008.000 lettori e un ribasso di 191.000 unità (-6%). Seguono il Corriere della Sera con 2.964.000 lettori (il calo è di 230.000 unità, -7,2%). Il Corriere dello Sport si conferma quarto a quota 1.809.000 e registra una perdita contenuta (-7.000, -0,4%). Subito dietro La Stampa con 1.667.000 lettori e un ribasso di ben 313.000 unità (-15,8%). Unico quotidiano a grande diffusione con il segno più è Tuttosport, che ora ha 1.108.000 lettori (+1000 lettori, +0,1%). Giù, invece, Il Messaggero con 1.274.000 lettori (-78.000, -5,8%), Il Resto del Carlino con 1.263.000 lettori (-51.000, -3,9%) e Il Sole 24 Ore con 1.034.000 lettori (-157.000, -13,2%). Per il resto fanno registrare il segno più L’Unità 281.000 (+32.000, 12,9%) e Il Tempo con 199.000 lettori (+17.000, 9,3%). Perdono, invece, Il Giornale con 630.000 unità (-48.000, -7,1%), Libero con 339.000 (-68.000, -16,7%) e Il Fatto quotidiano con 481.000 (-29.000, -5,7%). Per la free press resta in testa Metro che registra 1.395.000 lettori (-68.000; -4,6%), per Leggo 1.352.000 lettori (-72.000, -5,1%), per Dnews 175.000 lettori (-26.000, -12,9%). I lettori complessivi si attestano a quota 22.502.000 con un calo di 1.218.000 (-5,1%).

Sindone 2.0

Sindone. Una catechesi breve, ma "di intenso spessore spirituale", per trasformare le tenebre della morte in luce di speranza. Assume un significato speciale l'ostensione in tv del sacro lino, sabato pomeriggio su Rai 1. E non solo perché, quarant'anni dopo quella voluta da Paolo VI, sarà la prima dell'era digitale. Il videomessaggio conferma infatti la lezione del nuovo pontificato sulla "speranza nell'amore di Dio". "L'ostensione in un giorno speciale come il Sabato Santo, significa che la Sindone, pur non essendo materia di fede, rappresenta una testimonianza importantissima della Passione e resurrezione del Signore", spiega monsignor Nosiglia. Che, nel tradizionale incontro con i giornalisti per gli auguri di Pasqua, ringrazia Papa Francesco, definendo la sua elezione "un segno pasquale di risurrezione che il Signore Vivente nella sua Chiesa ha suscitato per ridare forza e coraggio di speranza al suo popolo e all'umanità intera". Speranza che, nel giorno tradizionalmente dedicato dalla Chiesa al silenzio e alla riflessione, accompagnerà a non perdere fiducia nell'amore di Dio i numerosi malati e sofferenti che saranno in cattedrale o a casa. L'ostensione andrà infatti in onda tra le 17.10 e le 18.40 nella trasmissione "A sua immagine" dalla cattedrale di San Giovanni, dove la sindone è custodita, che per l'occasione sarà accessibile soltanto a un gruppo di trecento malati e a trenta giovani del sinodo diocesano. Una sfida nella sfida, perché "alle logiche dello spettacolo - sottolinea l'arcivescovo di Torino - abbiamo preferito quelle del contenuto: speriamo che la televisione aiuti il pubblico ad entrare nel mistero della Pasqua". Il telo con i segni della sofferenza di Cristo uscirà dalla teca ad alta tecnologia in cui è conservato e, senza mai varcare la soglia della Cappella in cui si trova, verrà sollevato sul carrello su cui è adagiato e ripreso dall'esterno. Due i momenti della ostensione tv: dopo il messaggio di Papa Francesco, un'ora circa di celebrazione, con canti e preghiere, e la mezzora finale dedicata al passaggio dei malati di fronte al lino, "icona del Sabato Santo", come lo definì Benedetto XVI in occasione della sua visita a Torino del 2 maggio 2010 per l'ultima ostensione. Il giorno che per la Chiesa è di solito di morte e silenzio, e nel quale non si celebrano l'eucarestia né altre funzioni, viene quindi interpretato piuttosto come momento di attesa della resurrezione e, quindi, di apertura alla vita. Anche la Sindone diventa 2.0: da domani è online la prima App ufficiale dedicata al Sacro Lino. L'applicazione "Sindone 2.0", prodotta e realizzata dalla novarese Haltadefinizione su concessione dell'arcidiocesi di Torino, offre l'esplorazione dettagliata del sudario attraverso l'accesso a una fotografia ad alta definizione, capace di svelare particolari invisibili a occhio nudo. Si tratta dell' immagine ottenuta dalla stessa Haltadefinizione nel 2008 ricomponendo 1649 singoli scatti in un'unica foto di 12 miliardi di pixel, racchiusa in un file di 72 Gigabytes. Una "Ostensione digitale" a disposizione dei possessori di tablet e smartphone, proposta in italiano, spagnolo, inglese e portoghese in duplice versione. Una di base, gratuita e una in vendita al prezzo di 3,59 euro, che permette il massimo livello di ingrandimento e presenta quattro percorsi di visita interattiva: il racconto dei Vangeli, gli elementi del telo, gli elementi della figura e gli aspetti scientifici.

Elezioni, sondaggi e...il segreto di Pulcinella

Vietati, vietatissimi su giornali e televisioni, ma legalmente disponibili sugli smartphone. Sono i sondaggi pre elettorali che, per legge, dal 9 febbraio non potranno più essere resi pubblici dagli organi d’informazione ma che, sempre per legge, potranno continuare ad essere divulgati attraverso i social media. Paradosso figlio di un buco normativo: ai tempi dell’estensione della legge, i social media ancora non esistevano. Ma questa falla farà sì che nelle ultime due settimane di campagna elettorale dei sondaggi nulla si potrà dire proprio là dove si dovrebbe, cioè negli organi d’informazione, mentre se ne potrà parlare altrove. La legge sui sondaggi, dunque, assurge legalmente, allo status di segreto di Pulcinella. La non diffusione dell’esito dei sondaggi elettorali alla pubblica opinione rispondeva alla logica di non fare dei sondaggi stessi un'arma di propaganda e di condizionamento della scelta di voto. Si può essere d’accordo o meno con lo spirito della legge che “secretava” i sondaggi nelle ultime due settimane, certo è che ora la situazione è davvero un pasticcio strano. L’elettore non potrà essere influenzato dai sondaggi che restano impubblicabili ma può essere influenzato dalla chiacchiera sui sondaggi di chi si è fatto una app sullo smartphone. Sarà tutto un ammiccare, un giocare a “io lo so ma non te lo dico”, oppure “ma tu lo sai quel che so io?”. Ad accorgersi per prima della possibilità di infilarsi tra le maglie della legge, la Swg che ha studiato e messo sul mercato un’app ad hoc: PoliticApp, un’applicazione che consentirà a tutti quelli che l’acquisteranno, di avere sul proprio cellulare tutti i sondaggi fino all’ultimo giorno. Nonostante il divieto di pubblicazione, si sono continuate sempre a fare le rilevazioni nei giorni precedenti al voto. Rilevazioni che non venivano però rese pubbliche rimanendo confinate nelle segreterie di partito e rilevazioni di cui molti, praticamente tutti tra gli addetti ai lavori, parlavano sottovoce come carbonari cospiratori. Ora, grazie all’applicazione autorizzata dall’Agcom, si realizzerà la paradossale situazione per cui tutti potranno tranquillamente parlarne a condizione che non lo facciano dove sarebbe, diciamo così, naturale: giornali, radio, tv, siti web di informazione. Potremmo noi tutti ricevere sul nostro smartphone, ma anche sul tablet, i dati dei sondaggi e potremmo parlarne serenamente al bar, in metropolitana, in ufficio e all’università. Mentre il più rigoroso riserbo, pena sanzioni non lievi, andrà rispettato da giornali, tv e siti internet. Gli organi di comunicazione dovranno cioè per legge non comunicare.

Il gelato non conosce crisi: aumentano le gelaterie artigiane

Giovane, single, residente in Lombardia. E’ l’identikit del maggior consumatore di gelato nel nostro Paese. Ma, in generale, gli italiani non rinunciano al piacere di gustare tutto l’anno coni, sorbetti e coppette. Confartigianato e CNA hanno analizzato produzione e consumi di gelato in Italia: e così si scopre che nel 2012 la spesa annua delle famiglie si è attestata a 2.026 milioni di euro, con una crescita dell’1% rispetto all’anno precedente. Per soddisfare la richiesta aumenta anche il numero delle gelaterie artigiane: nel 2012 i punti vendita dei gelati artigiani sono 38.892 con 90.565 addetti e dal 2011 sono cresciuti del2%. La rilevazione di Confartigianato e CNA mostra che sono i giovani adulti i maggiori consumatori di gelato. Il primato di spesa pro capite, pari a 67 euro all’anno, appartiene infatti ai single con meno di 35 anni. Seguono le giovani coppie senza figli (43 euro pro capite l’anno), mentre le coppie con 1 figlio spendono 33 euro pro capite l’anno. In particolare, il record della spesa appartiene al Nord Ovest e al Nord Est, con una media di 91 euro l’anno per famiglia. Nelle regioni del Centro si spendono 78 euro l’anno, nel Sud 67 euro e nelle Isole 64 euro. A livello regionale, è la Lombardia a vantare il maggior numero di punti vendita di gelato artigiano (5.882, pari al 15,6% del totale) e a detenere il record dei consumi (392 milioni di euro l’anno, equivalente al 19,4% del totale nazionale). Dopo i lombardi, i più golosi sono gli abitanti del Veneto e del Lazio. In ciascuna di queste due regioni si spendono in gelati 184 milioni di euro, pari al 9,1% del totale. Seguono a breve distanza il Piemonte (183 milioni la spesa annua in gelati, pari al 9% del totale), l’Emilia Romagna (179 milioni, pari all’8,8% della spesa nazionale) e la Campania con 141 milioni pari al 7% della spesa totale in gelati. Duello tra Roma e Milano per il primato provinciale della maggiore spesa annua delle famiglie in gelati: nella Capitale si attesta a 134,6 milioni, mentre il capoluogo lombardo segue a breve distanza con 133,9 milioni di euro. Conquista il terzo posto la provincia di Torino (95,7 milioni), seguita da Napoli (72,4 milioni), Brescia (48 milioni), Bologna (43 milioni), Bergamo (41,2 milioni), Genova (39,7 milioni). Sono circa 600 i gusti di gelato che si possono degustare ma, nonostante un’offerta quasi illimitata, i preferiti continuano a essere i classici: cioccolato (27%), nocciola (20%), limone (13%), fragola (12%), crema (10%), stracciatella (9%) e pistacchio (8%), secondo un sondaggio condotto recentemente da Eurisko. La varietà dei gusti e la capacità creativa di artigiani e aziende sono fondamentali per il successo del gelato. Se dai consumi ci si sposta alla produzione, la classifica delle regioni con il maggior numero di gelaterie artigiane vede al secondo posto, dopo la Lombardia, il Lazio (3.768 imprese, pari al 10%), seguita da Campania (3.448 imprese pari al 9,1%), Veneto (3.225 imprese, pari all'8,5%), Emilia Romagna (3.047 imprese pari all’8,1%) e Piemonte (2.902 imprese, pari al 7,7%). In Italia l'incidenza delle gelaterie artigiane sulla popolazione è pari a 62 aziende ogni 100.000 abitanti. Importante, inoltre, il valore del gelato artigianale anche per l’industria agroalimentare: nel 2012 sono state acquistate 220.000 tonnellate di latte, 64.000 di zuccheri, 21.000 di frutta fresca e 29.000 di materie prime per creme e paste. Il gelato artigianale rappresenta insomma uno dei simboli del food made in Italy la cui produzione merita di essere sostenuta e valorizzata. E proprio per tutelare e promuovere la lavorazione rigorosamente artigianale del gelato e garantire la genuinità di un prodotto simbolo della cultura alimentare italiana nel mondo, i Gelatieri di Confartigianato e di CNA sottolineano la necessità di un’adeguata qualificazione professionale per gli operatori del settore. Secondo le due Organizzazioni, le produzioni di generi alimentari devono essere realizzate in piena conformità alle norme di igiene, sicurezza e qualità degli alimenti in funzione della tutela del consumatore ed è, pertanto, necessario garantire una professionalità adeguata ed un piena conoscenza delle complesse tecniche produttive e delle metodologie di autocontrollo del ciclo di produzione. In tal senso, il sistema di qualificazione professionale indicato dai Gelatieri di Confartigianato e CNA deve garantire il raggiungimento di alcuni obiettivi inderogabili quali: rispetto delle norme igieniche e quindi tutela della salute del consumatore; elevazione degli standards qualitativi dei prodotti trasformati; mantenimento delle tecniche di produzione/trasformazione anche tramandate nel tempo; valorizzazione e sviluppo del patrimonio gastronomico; valorizzazione della professionalità degli operatori; creatività ed innovazione dell’offerta verso il consumatore; salvaguardia della immagine acquisita e consolidata della produzione alimentare italiana nel mondo.

Lavoro: 1,3mln disoccupati in più in 5 anni

In cinque anni di crisi la disoccupazione è praticamente raddoppiata, passando dal 6,5% del dicembre 2007 all'11,2% del dicembre 2012. Nello stesso periodo le persone in cerca di occupazione sono aumentate di 1,3 milioni: da 1,6 milioni a 2,9 milioni. I dati contenuti nelle tabelle dell'Istat, ed elaborati dall'Adnkronos, parlano anche di una realtà giovanile sempre più difficile: dal 2007 al 2012 i giovani in cerca di lavoro sono aumentati di 15,1 punti percentuali. I disoccupati tra 15 e 24 anni erano il 21,5% nel dicembre del 2007 e sono arrivati al 36,6% alla fine dello scorso anno. I numeri dell'Istituto nazionale di statistica mostrano, inoltre, che dalla fine del 2007 c'è stata una lenta ma inesorabile riduzione del numero degli occupati, che sono passati dal 59% al 56,4% (-2,6%). Erano 23,4 milioni di occupati a dicembre del 2007 e sono arrivati a 22,7 milioni nel dicembre 2012, con un taglio di 700.000 unità circa. Dai sindacati arriva un appello rivolto al prossimo governo: puntare sulla crescita, per imprimere una svolta nel mercato del lavoro. Cgil, Cisl e Uil chiedono di scommettere sulla ricerca e sui giovani, trovando le risorse, dove fino ad ora non sono state cercate. Tornando ai dati dell'Istat, tra gli uomini il tasso di disoccupazione è aumentato di 4,9 punti percentuali, passando dal 70,9% al 66%, mentre la disoccupazione è cresciuta di 5,4 punti, passando dal 5,2% al 10,6%. I dati sono meno terribili per le donne, che però partono da una posizione molto diversa rispetto al sesso forte. Le occupate nel 2007 erano il 47,1% e 5 anni dopo sono scese al 46,8% (-0,3%); più marcato, invece, il tasso di disoccupazione che passa dall'8,3% al 12,1% (+3,8%). Quello che non bisogna fare, spiega il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere, ''è esattamente il contrario di quanto fatto dagli ultimi due governi''. Il governo Berlusconi, spiega il sindacalista, ha la colpa di aver ''negato la crisi e fatto aumentare il tasso di disoccupazione, mandando il Paese in declino''. Mentre il governo Monti ''ha adottato ricette basate solo su tagli lineari, portando il Paese in recessione e, sostanzialmente, al raddoppio della disoccupazione''. Quanto accaduto in passato, secondo Scudiere, ''è la dimostrazione concreta che le ricette, che in questi giorni stiamo ascoltando in termini propagandistici, non sono risolutive per la crescita e la disoccupazione''. Occorre cercare le risorse dove ''non hanno voluto trovarle, nei gradi patrimoni e nell'evasione''. Poi, attraverso gli incentivi alle imprese, bisogna dare ai giovani ''la possibilità di cominciare ad avere un rapporto di lavoro che guardi al futuro''. E' indispensabile, inoltre, ''incentivare la ricerca, per un lavoro di qualità. In questo modo il Paese riuscirà a crescere; né Berlusconi né Monti hanno le idee chiare, né le credenziali, per essere credibili''. La conseguenza della crisi, spiega il responsabile industria della Cisl, Luigi Sbarra, ''è la recessione economica che si sta prolungando. Le aziende, per effetto dei cali di produzione industriale degli ordinativi e fatturato, cercano di tagliare i costi e tutto questo ha ripercussioni negative sulla tenuta dell'occupazione''. Il nuovo governo dovrà quindi ''porre il tema della crescita e del lavoro tra le priorità da affrontare e risolvere''. La politica industriale, e in particolare il rilancio settoriale manifatturiero, devono ''rappresentare l'elemento caratterizzante della nuova fase dello sviluppo''. Per i giovani e le donne, che hanno pagato di più gli effetti della crisi in termini di occupazione, ''occorre costruire un'opportunità di occupazione''. Ecco perché, spiega Sbarra, ''pensiamo che va rafforzato e incentivato l'utilizzo dell'apprendistato, come canale privilegiato dell'occupazione nei giovani''. Dall'altro lato occorre ''definire un sistema attraverso il quale i lavoratori anziani, a cui mancano pochi anni per andare in pensione, possano essere incentivati a trasformare i propri rapporti di lavoro da full time a part time, in cambio di occupazione per i giovani''. In sindacalista osserva, inoltre, che il dato sulla disoccupazione ''poteva essere ben più pesante in assenza di un impianto di ammortizzatori sociali che ha tamponato l'emorragia di perdita dei posti di lavoro''. Sbarra ricorda però che sono diverse decine di migliaia i lavoratori che da ottobre dello scorso anno non ricevono la cassa integrazione in deroga. ''In questi giorni stiamo forzando sul ministero del Lavoro per individuare le risorse necessarie a chiudere gli ultimi mesi del 2012, si tratta di 250 milioni di euro''. Di ammortizzatori sociali parla anche il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy, secondo cui senza misure di sostegno al reddito ci sarebbero tra 500.000 e 600.000 disoccupati in più che farebbero alzare la percentuale di due punti. Gli interventi di sostegno al reddito, tuttavia, rappresentano una cura che serve a guarire dagli effetti ma non interviene sulle cause della disoccupazione. In passato, secondo Loy,''è mancata una politica di crescita che in Italia significa, nella crisi, aumentare consumo interno che è il punto più debole della nostra economia''. ''Non solo politica del lavoro, quindi, ma anche per il lavoro'', spiega il segretario. L'aumento della disoccupazione, sottolinea Loy, ''va in parallelo con la diminuzione della ricchezza prodotta, c'è quasi una simmetria perfetta''. E' quindi evidente che ''prima di arrivare alle regole del lavoro, che possono influire sulla disoccupazione, occorre intervenire sulla qualità e quantità del lavoro e sull'economia''. Gli interventi legislativi, secondo il segretario, ''possono attenuare gli effetti negativi della simmetria'' intervenendo sul sistema della produzione. Gli ultimi governi, osserva Loy, ''non hanno centrato le politiche necessarie per invertire la rotta''.

Polo Nord: nel 2020 il ghiaccio sarà sparito

La situazione dei ghiacci in Artico è ben peggiore di quanto finora fosse stato valutato. Lo dicono con chiarezza i dati raccolti ed elaborati dal satellite CryoSat, dell'Agenzia spaziale europea (Esa) . Per la prima volta, infatti, si è misurata oltre a una riduzione nell’estensione della superficie ghiacciata anche una perdita di volume superiore alle stime precedenti. Dal 2008 l’Artico ha perduto 4.300 chilometri cubi di ghiaccio nel periodo autunnale e 1.500 chilometri cubi durante l’inverno. «Grave è il fatto che questa perdita riguardi il ghiaccio antico ed è più alta del 60% rispetto alle stime in precedenza desunte con il programma Piomas», nota Tommaso Parrinello, mission manager del programma in Esa. Questo vuol dire che la causa sia l’aumento della temperatura e le aree più coinvolte sono la Groenlandia, l’arcipelago canadese e il nord-est delle Svalbard. Prima di CryoSat, il satellite IceSat della Nasa aveva effettuato una ricognizione analoga dal 2003 al 2008 osservando il declino in atto. A confermare il danno e soprattutto a valutarne l’annullamento in termini di volume ha provveduto poi il satellite europeo, dotato di un radar in grado di scandagliare sia la superficie sia la base dello strato ghiacciato misurandone di conseguenza lo spessore e arrivando quindi al volume. Che la situazione in Artico fosse seriamente critica lo dicevano le indagini compiute in particolare negli ultimi decenni le quali stabilivano che il riscaldamento climatico al polo Nord era notevolmente superiore a quello del resto del pianeta. «Anzi», precisa Parrinello, «le cifre dicono che negli ultimi 50 anni la temperatura qui è salita di 2,4 gradi centigradi, cioè 1,8 gradi in più rispetto alle latitudini medie». Infatti il fenomeno è stato anche battezzato dai ricercatori con il nome Arctic amplification. Inoltre si è visto che ogni anno si perde il 13 per cento dei ghiacci durante la stagione estiva e il 4% in quella invernale. Le precipitazioni non riescono a riequilibrare la situazione perché, appunto, l’aumento della temperatura scioglie i ghiacci più antichi che hanno uno spessore massimo di 5-6 metri. Il loro assottigliamento era stato simulato con il programma Piomas, ma ora i rilievi di CryoSat hanno mostrato come il modello fosse troppo conservativo e la condizione reale molto peggiore. L’operazione era iniziata nel 2010 da parte dell’Esa con il lancio del satellite ed estesa a livello internazionale sotto la guida dell’University College di Londra. Vi hanno partecipato numerose importanti centri: dal Jet Propulsion Laboratory della Nasa alla Wood Hole Oceanographic Institution americana oltre a numerose università e istituti sia statunitensi che europei come il Wegener Institute for Polar and Marine Research. Per raggiungere la necessaria garanzia sui dati, i rilevamenti dal satellite sono stati accompagnati e confrontati con misure dirette al suolo. Il risultato ottenuto aiuta anche a spiegare come si sia arrivati nel settembre scorso a conquistare il triste record della minore estensione dei ghiacci artici limitata a 3,61 milioni di chilometri quadrati. Da trent’anni i satelliti rilevano la situazione dimostrando pure come negli ultimi sei ci sia stata la maggiore perdita sino a giungere al livello minimo dell’anno scorso. «Il lavoro compiuto», conclude Parrinello, «ci aiuterà a perfezionare il modello Piomas rendendolo più adeguato all’evoluzione vera del fenomeno, ma soprattutto ci aiuterà a stimare meglio ciò che può accadere nel futuro». Le considerazioni degli esperti dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) prevedevano uno scioglimento totale dei ghiacci artici nel 2050. Le indagini ora effettuate da CryoSat indicano prospettive ancora peggiori con un anticipo della sparizione addirittura al 2020.

 

Redditometro: se, come, quando e per chi...

Paura di finire sotto la lente d’ingrandimento del redditometro? È fondata soltanto per quella categoria di contribuenti che presuppone un divario tra redditi dichiarati e redditi presunti maggiore ai 12 mila euro annui. A dichiararlo è il vicedirettore dell’Agenzia delle Entrate che, ponendo l’accento sulle nuove tecniche utilizzate nel redditometro, ne evidenzia le differenze che lo contraddistinguono dai metodi di controllo adottati in passato. Una differenza tra tutte riguarda l’attuale riferimento non ai beni posseduti (come avveniva prima), bensì alle spese realmente sostenute dal contribuente e non verosimilmente supportate dal reddito annuo conseguito.

Quando entrerà in vigore il nuovo redditometro? Ormai ne sentiamo parlare da molti mesi eppure nessuno sa ancora da quando il tanto temuto redditometro sarà effettivamente vigente. Per sapere l’effettiva data, tuttavia, si dovrà attendere la circolare dell’Agenzia delle Entrate che, così come comunicato dal vice presidente, deve ancora essere redatta. Il vicepresidente, inoltre, ha precisato anche che il redditometro si articolerà in due fasi specifiche, ossia in una fase di analisi del rischio che precederà la fase dell’accertamento.

Quali obiettivi persegue il redditometro? Così come specificato dal Vice presidente dell’Agenzia delle Entrate, il redditometro è lo strumento vocato a scovare i finti poveri e a contrastare l’evasione fiscale sfacciata. A tal fine, quindi, l’amministrazione finanziaria ha posto il limite di tolleranza pari a 12 mila euro annui (1000 euro al mese) tra reddito conseguito e reddito presunto. Questo margine di tolleranza sarà preso in considerazione nella delicata fase di analisi, e permetterà ai contribuenti che rientrano in tale limite di uscire fuori dalla black list e di non essere quindi sottoposti alla successiva fase di accertamento.

Il dissenso della Corte dei Conti Nonostante l’inserimento del margine dei 12.000 euro però, la Corte dei Conti continua ed esprimere il suo dissenso. In particolar modo, il Presidente della Magistratura Contabile invita gli uffici preposti a fare un uso moderato del redditometro, puntando ad evitare l’uso frivolo di informazioni sui contribuenti non sempre opportunamente verificate. In tal senso, lo stesso Presidente chiede alle Amministrazioni di verificare i risultati dell’analisi, soprattutto nei particolari casi in cui, per esempio, il nome cui sono intestate le utenze non coincida con quello del contribuente che effettivamente si occupa del pagamento. Dal canto nostro non resta che attendere l’entrata in vigore del nuovo strumento di analisi ed accertamento e, almeno per il momento, tirare un sospiro di sollievo.

Antitrust: polizze Rc auto più care d'Europa

In Italia spendiamo per le polizze assicurative per l'auto molto di più che negli altri Paesi europei. Secondo un'indagine Antitrust sul settore, i premi Rc auto nel Belpaese sono in media più elevati e crescono più velocemente rispetto a quelli dei principali altri Stati Ue. Il premio medio è più del doppio di quelli di Francia e Portogallo, supera quello tedesco dell'80% circa e quello olandese di quasi il 70%. I prezzi crescono a causa della scarsa concorrenza - Secondo l'Antitrust, l'introduzione del risarcimento diretto nel 2007 non ha portato benefici significativi in termini di concorrenza. L'indagine conferma infatti, analizzando le polizze reali, aumenti molto forti successivi all'introduzione del risarcimento diretto. I pensionati con vetture di piccola cilindrata, i giovani con ciclomotori e i quarantenni con i motocicli sono le categorie di assicurati per le quali i premi sono cresciuti in gran parte delle province incluse nel campione analizzato.
Per un neo-patentato l'aumento medio annuo è del 20% - Ad esempio, gli aumenti annui medi delle polizze a livello provinciale sul periodo 2007-2010 hanno raggiunto il 20% all'anno nel caso di un neo-patentato con un'autovettura di piccola cilindrata, il 16% all'anno per un quarantenne con un'autovettura di media cilindrata, il 9-12% all'anno per un pensionato (donna o uomo) con un'autovettura di piccola cilindrata, il 12-14% all'anno per un diciottenne (donna o uomo) con un ciclomotore e superato il 30% annuo per un quarantenne (donna o uomo) che assicura un motociclo.
Al Centro-Sud rialzi maggiori rispetto al Nord - Le province nelle quali sono stati riscontrati gli aumenti più significativi sono localizzate nella gran parte dei casi nel Centro-Sud Italia; tali province si caratterizzano, infatti, per una crescita dei premi superiore a quella riscontrata nel Nord Italia. L'Antitrust propone quindi di modificare il sistema del risarcimento diretto introducendo meccanismi che incentivino il controllo dei costi da parte delle compagnie assicurative, per recuperare efficienza e trasferirne i benefici ai consumatori in termini di premi più bassi.
Antitrust: "Introdurre nuovi modelli contrattuali" - Fondamentale prevedere, inoltre, nuovi modelli contrattuali che consentano, a fronte di sconti consistenti da garantire all'assicurato, la riduzione dei costi tramite lo sviluppo del risarcimento in forma specifica o dietro fattura. Per stimolare la mobilità degli assicurati tra una compagnia e l'altra (ancora bassa e pari a circa il 10%, anche perché cambiando assicurazione il cliente viene inserito in classi interne più svantaggiate rispetto a quella di provenienza), l'Antitrust chiede quindi di sviluppare la figura dell'agente plurimandatario e di favorire lo sviluppo di nuovi ed efficaci strumenti on line utili alla comparazione.
Codacons: "Con caro polizze 4 mln auto non assicurate" - L'Rc auto in Italia è "una vera e propria emergenza, al punto che ormai molti cittadini scelgono di non assicurare la propria autovettura, non potendo permettersi tariffe abnormi". Lo afferma il Codacons, calcolando che sulle strade italiane circolano oggi tra i 3,5 e i 4 milioni di automobili sprovviste di copertura assicurativa. In base alle stime dell'associazione, negli ultimi 18 anni, dal 1994 a fine 2012, il costo di una polizza è aumentato in Italia di oltre il 200% e ulteriori incrementi fino al 6% sono previsti per il 2013.

Mons. Brambilla: Discorso di San Gaudenzio 2013

Carissimi, oggi, con la solenne celebrazione di san Gaudenzio, giunge a compimento il mio primo anno tra voi. Il giorno 23 gennaio dello scorso anno prendevo possesso canonico della Diocesi di Novara. La festa del Patrono di Novara e della Diocesi d’ora in avanti rappresenterà per me quasi la scansione delle tappe del mio servizio episcopale alla Chiesa novarese: per così dire il mio compleanno a Novara. Perciò ho pensato di cominciare dall’inizio. Ho preso tra le mani la biografia medievale di san Gaudenzio, nella bella edizione critica pubblicata esattamente trent’anni fa, e ne ho letto con calma la nitida ed edificante descrizione nello stile delle Legendae che dovevano essere appunto lette nella celebrazione del salterio liturgico. Tra le nove lectiones in cui è scandita la Vita mi sono soffermato sulla scena che sento più prossima alla mia condizione attuale e che ho fatto esporre qui sopra col “telero” di Giovanni Mauro della Rovere detto il Fiammenghino, quasi a visualizzare davanti ai vostri occhi la scena che vi faccio riascoltare dalla Vita sancti Gaudentii:

Appena il beato Gaudenzio conobbe, per dono dello Spirito, l’arrivo di un personaggio così eminente [S. Ambrogio], cercò di andargli incontro. E quello, vedendolo, lo baciò teneramente e, quasi gridando, annunciandogli una cosa arcana, gli disse: «Vedo che tu sarai Vescovo». E l’altro, prevedendo per la stessa grazia il futuro, con viso calmo com’era abitualmente, lontano dal contraddirlo, di rimando gli disse: «Sì! Ma sarò fatto da un altro». E così avvenne che, causa e origine di un identico miracolo, animati da un unico spirito, entrambi predissero il futuro: l’uno relativamente al fatto, l’altro relativamente al tempo. E dopo essersi reciprocamente salutati, il beato Ambrogio ritornò nella città di Milano. Dopo non molto tempo, secondo la predizione del beato Gaudenzio, tornò al Signore con una gloriosa morte, predicendo a sua volta il successore nella degna persona del beatissimo Simpliciano. [12]

E così, per grazia di Dio, [Gaudenzio] meritò per primo di arrivare alla dignità episcopale nella sede novarese. Ricevuto l’onore del pontificato dal beatissimo Arcivescovo Simpliciano, si fece tutto a tutti. [13]

Vedete che qui sopra nel telero Gaudenzio è già vestito con le vesti episcopali, così che la profezia sul futuro è anticipata nella scena al momento dell’incontro. Il racconto descrive con finezza la reciproca stima di Ambrogio e Gaudenzio e riserva a ciascuno la sua parte: ad Ambrogio la volontà di costituire la Chiesa di Novara dandole un Vescovo, lasciando a Gaudenzio e alla sua comunità il tempo della sua realizzazione. Essa è avvenuta per le mani del successore di Ambrogio, il filosofo neoplatonico Simpliciano, che è stata la vera guida della conversione di Agostino. Per il resto il racconto della Vita colloca la scena sul cammino di ritorno di sant’Am­brogio da Vercelli, la città di Eusebio maestro spirituale di Gaudenzio. Al di là del rivestimento edificante ne emerge un’immagine della Chiesa antica che collega con un filo d’oro personalità di grande rilievo che ebbero tutte un ruolo decisivo nella lotta che portò le Chiese del Nord Italia nel grande trapasso culturale dal mondo romano all’evangelizzazione dei popoli germanici. Un trapasso che troverà nella Città di Dio (413-426) di sant’A­gostino l’opera magistrale che è a fondamento dell’Occidente cristiano. Perciò sento questa tappa della vita di Gaudenzio come ispiratrice anche del nostro tempo di grandi trasformazioni. La controversia decisiva era, allora, sulla divinità di Gesù Cristo contro l’arianesimo: sant’Euse­bio per questo fu mandato in esilio e Gaudenzio tentò di raggiungerlo, ma fu rinviato a presidiare le comunità di questa regione tra il Sesia e il Ticino. La battaglia teologica della grande Chiesa cattolica sosteneva un’idea di unità in Dio attraverso la pluralità delle Persone divine, che aveva un immediato risvolto sociale e civile, perché professava un modello di convivenza come comunione delle diversità personali e sociali. Per questo fu sovente contrastata dal potere imperiale romano prima, e germanico poi. Ma tutto ciò favorì anche l’evange­lizzazione delle campagne e la costruzione di nuove chiese, cosa che nel V e VI secolo diede il volto al cristianesimo del Nord Italia. C’è stato un altro tempo dove le nostre regioni furono oggetto di un forte momento di trasformazione. È il tempo successivo alla Riforma protestante, che vide un parallelo movimento di Riforma cattolica e che ebbe anche a Novara un illustre rappresentante nel barnabita Carlo Bascapé, prima segretario di san Carlo e poi vescovo della sede gaudenziana (1593-1615). Esso è ricordato come secondo fondatore della Diocesi. Nella sua Historia Ecclesiae Mediolanensis (1615), subito all’inizio, Bascapè ha un’espressio­ne folgorante, che fu ricordata nel 1985 da mons. Del Monte, quando con spirito profetico cominciava ad avvertire che bisognasse ripensare il modo di essere presente della Chiesa nella società: qui de ecclesia dicit, de civitate tacere non potest; non si può parlare della chiesa, tacendo della società in cui essa vive. Sento questo impulso particolarmente urgente anche per noi oggi, anzi per tutta la nostra Chiesa di Novara. Potremmo riassumere le due provocazioni che ci vengono dalla storia: 1) la prima dall’origine gaudenziana: le grandi trasformazioni che vengono dalla storia incidono profondamente sul modo di dire il Vangelo, ma la fede cristiana è un lievito capace di far fermentare anche la pasta più resistente; 2) la seconda dalla riforma post tridentina: il dirsi del Vangelo e della Chiesa deve realizzarsi dentro il territorio e le trasformazioni sociali. Da qui i due punti della mia riflessione in questo giorno di festa solenne.

Chiesa, cosa dici di te stessa?

Qui dicit de ecclesia... “Chi dice della Chiesa” – affermava il Bascapé – non può dirla che in rapporto alle situazioni concrete degli uomini, in contatto con le condizioni del proprio tempo. Eppure prima di parlare della Chiesa, occorre porre una domanda più radicale: Chiesa, cosa dici di te stessa? Questa domanda – voi sapete – è stata il leitmotiv del Concilio Vaticano II. Formulata dall’allora card. Montini, poi papa Paolo VI, il 5 dicembre 1962, in un memorabile intervento in aula conciliare, è diventata la bussola del Concilio per donare il Vangelo al mondo moderno. Nel Concilio la Chiesa ha parlato di se stessa, lasciandosi plasmare da Cristo (Lumen Gentium) dalla Parola di Dio (Dei Verbum) e dalla Liturgia (Sacrosanctum Concilium) per essere gioia e speranza nel mondo contemporaneo (Gaudium et Spes). Dopo cinquant’anni – in quest’Anno della fede – la domanda che vi ho posto nella lettera pastorale è semplice e decisiva allo stesso tempo: Come stai con la tua fede? La Chiesa può parlare di se stessa e sa parlare agli uomini d’oggi solo se accoglie il Signore come il centro e la luce della propria esistenza. Proprio in questa festa di san Gaudenzio, al di là della forte enfasi taumaturgica che attraversa la Vita sancti Gaudentii, vorrei richiamare tutti noi a questa domanda radicale: la nostra fede sta al centro della nostra esistenza, nutre il nostro pensare e il nostro agire, siamo capaci di trasmetterla con le forme della vita buona? Perché questa è la domanda essenziale! Segnali preoccupanti stanno attraversando anche il cielo della nostra città e della nostra regione: in questi ultimi vent’anni abbiamo coltivato una società delle infinite possibilità per ciascun individuo, ma – come ci ha detto recentemente un acuto interprete del nostro tempo – abbiamo vissuto una libertà dissipativa più che generativa (M. Magatti). Abbiamo dispiegato una libertà che ha aumentato le possibilità per gli individui allargando la forbice delle diseguaglianze, ma ha diminuito la capacità di generare più umano per tutti. Soprattutto il legame sociale si è indebolito ed è soggetto a una generale forma di depressione. Il consumo è diventato il nuovo idolo, la finanza il suo feticcio, invece la fatica dell’impresa e del lavoro è stata sacrificata e con essa la vicenda di molte persone e famiglie. Noi cristiani abbiamo anzitutto il compito di testimoniare che la vita umana e cristiana è un cammino condiviso: o ci si salva insieme o si precipita tutti nell’abisso. L’insorgere dei particolarismi scambiati per forme identitarie non porta da nessuna parte: anche al tempo di san Gaudenzio bussavano alle porte nuovi popoli e solo il cristianesimo è stato capace di metabolizzarne l’urto in una sintesi superiore. Crediamo noi veramente alla forza trasformante della fede cristiana, che abbatte il muro di separazione tra giudeo e greco, tra schiavo e libero, tra uomo e donna? La forza liberante del cristianesimo non mira solo all’eguaglianza (ciò che fa uguali sui diritti fondamentali), ma a creare legami, a rendere abitabile la terra, a trasmettere vita alle nuove generazioni, a dedicare risorse all’educazione, a favorire tutti i linguaggi che generano vita, cultura, arte, carità, prossimità, vicinanza, solidarietà. E l’elenco sarebbe infinito. Noi dobbiamo reimparare i linguaggi che “creano legami buoni”, voglia di comunità, passione per la famiglia, attaccamento alla vita. Se avessi tempo di raccontarvi la grande trasformazione che il tempo precedente e seguente san Gaudenzio ha generato nel mondo antico ne rimarreste affascinati. Tanto per darvi un’indica­zione dal concilio di Nicea del 325 a quello di Calcedonia del 451 è trascorso un secolo che ha cambiato il volto dell’Occidente: basterebbe dire la parola “persona” e la parola “charitas(agape)” (l’amor sui e l’amor Dei che presiedono alla città dell’uomo e della città di Dio di sant’Agostino) per dire ciò che ha prodotto un salto di qualità irreversibile della storia. E noi dovremmo aver paura delle “passioni tristi” del postmoderno? Usciamo dalle nostre case, viviamo con forza la nostra fede, costruiamo comunità accoglienti, dove la gente si sente a casa, riesce ad ascoltare, a pregare, a respirare, a incontrarsi, a perdonare. Ricostruiamo il tessuto sociale, dedicando tempo e creatività all’educazione e alla comunione, diamo risposte strutturate per la carità. Così ci diventerà insopportabile la retorica che ci avvolge in questi giorni, sapremo discernere le parole vere dalle promesse false e mirabolanti, ma soprattutto sapremo puntare sugli uomini migliori. Per meno di questo il cristianesimo è ridotto a essere una mano di vernice di un esangue umanesimo.

Come immaginare il futuro nel mondo che cambia?

de civitate tacere non potest. – continua la seconda parte della formula del Bascapè. Quando la Chiesa parla di se stessa e quando dice sé al mondo, non può tacere della civitas, cioè della società in cui vive. Civitatis Novariae sta scritto sul frontale di questa basilica di san Gaudenzio. Luogo di convergenza e di partenza per la città, anzi per tutto il territorio, piedistallo ideale di questa meravigliosa striscia di terra in mezzo tra il Sesia e il Ticino. Fa impressione notare che, quando mons. Del Monte nel 1985 ricordava questa espressione, prevedesse i mutamenti che da lì a poco si sarebbero messi in modo. Ascoltiamone un passaggio: «Lo spopolamento delle parrocchie, lo svuotamento delle valli, la corsa verso i capoluoghi territoriali, le nuove articolazioni civili, stanno rendendo gli stessi vicariati ad essere inidonei e insufficienti, sia a raccogliere le esigenze strutturali della chiesa, che camminano in parallelo con la gravitazione dei problemi umani, sia lo stesso strutturarsi delle comunità civili, che individuano comprensori più vasti per collocare nel territorio le loro strutture operative». E concludeva in modo lucido: «Il vecchio impianto pensato dal Bascapè che pilotò il passaggio dalle pievi alle parrocchie, ma le coordinò nei vicariati foranei, ora non appare più adeguato alle esigenze nuove del territorio». Leggere questo giudizio a quasi trent’anni, lo fa brillare per la sua preveggenza: oggi possiamo dire che non solo egli aveva visto bene, ma aveva previsto anche quello che la stessa Chiesa italiana avrebbe pensato per la riorganizzazione della presenza della Chiesa sul territorio per l’inizio del terzo millennio. Perché qui sta il nodo della questione: superare la comprensione prevalentemente geografica del territorio (pensate che il Bascapè ha raccolto in ben 46 tomi gli Atti delle sue visite pastorali, con una minuziosa rilevazione del territorio in tutte le sue manifestazioni storico-geografico-sociali), per dedicarci a una cura della dimensione antropologica del territorio. Occorre cioè a stare vicino alla vita quotidiana della gente, alle sue manifestazioni più importanti, che sono la cura e l’educazione degli affetti e della vita di famiglia, la custodia del ritmo prezioso tra lavoro e festa, l’attenzione alle forme di fragilità personale e sociale, l’investi­mento sulla educazione e sulla comunicazione, la formazione al senso della cittadinanza. La Chiesa in questo ha duplice un vantaggio che però non deve sciupare e che offre umilmente anche agli altri operatori sociali: primo, il suo orizzonte non è quello delle prossime elezioni ma delle future generazioni; secondo, essa punta sull’edu­cazione delle coscienze e delle motivazioni ideali, e poi arrischia di renderle presenti nelle opere della formazione e nelle iniziative della carità.

Per questo la chiesa de civitate tacere non potest! Vorrei anzi rendere noto in questa pubblica occasione che ho chiamato non solo le parrocchie della città di Novara, ma di tutta la diocesi a pensare tutte le loro scelte dentro quella che ho definito la Prospettiva 2020. Ho chiesto di rispondere a questa semplice domanda: ciò che stiamo facendo, il modo di rendere testimonianza del Vangelo, le nostre scelte pastorali, la maniera di star vicino alle famiglie, di educare i ragazzi e i giovani, di indicare percorsi di vita buona agli adulti, di accompagnare gli anziani e le forme diffuse di povertà e fragilità, sono veramente un atto corale di una Chiesa che cammina insieme con la gente? Vedo ancora molti particolarismi, troppe comunità ripiegate su se stesse, che pensano che tutte le parrocchie devono avere e fare tutto, senza un respiro comune, senza uno stile di sobrietà, senza uno slancio verso chi è assente, ma forse s’attende solo che ci s’interessi di lui. Non ci sono lontani e vicini alla Chiesa: questa è una misura di cui per fortuna non possediamo lo strumento di rilevazione, perché sarebbe come dire che ci sono lontani o vicini al Vangelo. Il Vangelo è per definizione l’annuncio che Dio si fa prossimo, che azzera le distanze e mette in crisi chi crede di possederlo e non di lasciarsi possedere. Su questo troverete il vostro Vescovo sempre attento e pronto. Ma egli sa che non potrà farlo se non con la sua Chiesa. Ve lo dissi il primo giorno del mio arrivo e ve lo ripeterò instancabilmente fin che il Signore mi darà forza: la Chiesa c’è per trasmettere il Vangelo per la vita quotidiana delle persone, come fonte di legami buoni, per far crescere le coscienze, custodire la vita delle famiglie, dire ai giovani che il futuro è nelle loro mani, sostenere gli adulti nel difficile cammino della fedeltà, favorire professionalità oneste, competenti, socialmente rilevanti, tenere sul candelabro le povertà e le fragilità diffuse per trovarvi rimedi efficaci e condivisi. Ma soprattutto una cosa vorrei dirvi: dobbiamo diffondere e alimentare una mentalità che non ha nell’avere il suo perno, nell’avidità che tutti ci corrode il suo ideale, nella frenesia del consumare la facile compensazione alla vuotezza della nostra anima. Guardate le nostre case: sono troppo piene di cose e povere di significati, di voglia di vivere! Bisogna sostenere i giovani e dir loro che diventar grandi è un lavoro duro e difficile, ma che ha in palio la cosa più bella, il destino stesso della loro vita e della nostra società da qui al 2020 e oltre. Solo se sproneremo a una libertà generativa in noi e attorno a noi supereremo questa terribile crisi, tornando a credere alla forza del nostro genio italiano, alla bellezza incomparabile delle nostre terre, al giacimento d’oro della nostra storia, arte, cultura, alle risorse di un cattolicesimo popolare capace di confrontarsi e interagire anche con tutte le altre forme di cultura e di religione. Carissimi, la festa di san Gaudenzio ha questo segno straordinario che è posto al centro della sua celebrazione. Esso è riferito a un evento prodigioso che la tradizione collega all’episodio da cui ha preso avvio questo mio primo Discorso di san Gaudenzio: per onorare l’incontro con sant’Am­brogio avvenuto nella stagione rigida dell’inverno, Gaudenzio, grande asceta, non aveva nulla in casa. Allora uscì nel giardino e trovò delle rose prodigiosamente spuntate e una manciata di frutti rinsecchiti. Rose e frutti ogni anno vengono ripresi da quello stupendo cesto di rami colorati, che amo pensare sia un “albero della vita”. Ne prendiamo i suoi fiori e frutti e li facciamo riportare a tutti coloro che collaborano alla vita sociale della città. Ogni anno lo facciamo nel segno, perché avvenga ogni giorno nella realtà della vita: non dimentichiamolo! Per la prima volta il vostro nuovo Vescovo ha voluto portare anche lui una rosa vera, una rosa vitae, che vuole generare vita. Mi sono domandato: e io Vescovo che cosa posso fare concretamente? Ho deciso, con l’ausilio di alcune persone del Progetto Passio, che il secondo “Quaresimale per l’economia e la finanza”, che si terrà il prossimo 7 marzo, abbia a tema La famiglia e la crisi attuale, per arrivare a un’opera concreta affidata alla nostra Caritas diocesana: una Fondazione per il microcredito, rivolto soprattutto alle donne e ai giovani, perché possano essere sostenuti economicamente se portatori di una buona idea di lavoro o servizio sociale. A questa impresa potranno partecipare sia enti sociali che privati. Questa è la mia piccola rosa, a cui voglio dare anche il mio personale contributo, perché possa generare molti frutti. San Gaudenzio, nostro patrono, noi ti offriamo ciascuno la nostra piccola rosa. Tu, trasformala nell’albero della vita! Franco Giulio Brambilla Vescovo di Novara

Bullismo: in Piemonte il 68% colpisce su Fb

In Piemonte è Facebook la modalità d'attacco preferita dal cyber-bullo (68%). Di solito colpisce la vittima attraverso messaggi aggressivi (57%) o notizie false (59%) via telefono, diffusione di foto e immagini denigratorie (54%), creazione di gruppi "contro" (56%), ma anche appropriazione di e-mail, profili, o messaggi privati che sono resi pubblici (48%). Lo registra la ricerca "I ragazzi e il cyber bullismo" realizzata da Ipsos per Save the Children. Secondo adolescenti e ragazzi piemontesi il cyber-bullismo provoca soprattutto isolamento fino al rifiuto degli amici (secondo il 66% degli intervistati), della scuola (57%), e depressione (61%). Motivi d'attacco in primis le caratteristiche fisiche (73%) e la timidezza (72%), poi il supposto orientamento sessuale (64% contro il 56% del dato medio italiano) e i gusti non convenzionali in fatto di musica o abbigliamento (54%). Nel caso delle femmine pesa molto l'esser considerate brutte (67% contro il 59% in Italia) ma anche particolarmente belle (46%), mentre in generale tra le diversità considerate per prendere di mira qualcuno si segnalano anche le origini non italiane (41%) o l'estrazione sociale inferiore (31). Di minore importanza per i bulli e cyber-bulli l'orientamento politico o religioso (21%). Se per il 63% dei ragazzi piemontesi il luogo dove si può esser puntati resta la piazza, il locale o altri abituali luoghi di aggregazione, per l'87% dei minori intervistati la scuola rappresenta la residenza elettiva del bullismo.

Istat, ancora in calo la fiducia delle famiglie

Italiani sempre più sfiduciati nei confronti del futuro dell'economia. L'indice sul clima personale, giudizi ed attese sulla situazione economica delle famiglie, infatti, ad agosto scende a 92 da 92,9, è il peggior dato dall'inizio delle serie storiche, cominciate nel 1996. Lo rileva l'Istat diffondendo i dati sulla fiducia dei consumatori. La valutazione delle famiglie consumatrici sulla propria condizione economica ad agosto si deteriora soprattutto a causa degli aspetti legati alle opportunità attuali e alle possibilità future di risparmio. Infatti, guardando ai diversi aspetti del clima personale, ad agosto migliora sia il saldo relativo ai giudizi sulla situazione economica della famiglia che quello relativo alle prospettive future. Meno peggioramenti - La quota di chi percepisce la situazione personale corrente come "peggiorata" o "molto peggiorata" scende al 51,5% rispetto al 58,2% registrato in luglio. Inoltre, migliorano lievemente i giudizi sul bilancio familiare. Mentre a far scendere l'indice, portandolo al minimo storico, sono le opinioni sull'opportunità attuale al risparmio, in sensibile diminuzione e anche le attese sulle possibilità future. Risparmi - Il risultato è spiegato principalmente da una riduzione, rispetto al mese precedente, della quota di rispondenti che ritengono di riuscire "probabilmente a effettuare risparmi in futuro" (dal 22,1% al 16,3%) e un aumento della quota di rispondenti che "probabilmente non riusciranno ad effettuare risparmi" (dal 21,8% al 29,0%). L'Istat ricorda che il clima personale è una delle componenti del clima di fiducia dei consumatori, si tratta di una dimensione che si affianca al clima economico (giudizi e attese sulla stato economico dell'Italia e sulla disoccupazione). Inoltre l'indice è diviso tra clima corrente, ovvero attuale, e clima futuro.  Fiducia consumatori in calo - Ad agosto l'indice del clima di fiducia dei consumatori segna una lieve diminuzione, passando a 86 da 86,5. Lo rileva l'Istat, sottolineando che la componente riferita al clima economico generale aumenta (a 69,4 da 68,7) mentre registra un calo il clima personale (a 92 da 92,9). Inoltre, l'Istat rileva un miglioramento per il clima corrente (a 94 da 92,6) a fronte di un peggioramento della situazione futura (a 76,7 da 79,8). Quindi dopo il miglioramento di luglio l'indice si riavvicina al minimo storico di giugno.

In Italia la luce e gas più cari d'Europa

In Italia le bollette di luce e gas pesano sulle nostre finanze per il 20% in più rispetto agli altri Paesi Ue. In media paghiamo infatti ogni anno 1.820 euro, ma se avessimo le tariffe in vigore in Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna potremmo risparmiare circa 330 euro. A fare la differenza, secondo un'indagine, sono le tasse, mentre il costo della materia prima è in linea con quello degli altri Stati. Nel dettaglio, per quanto riguarda i consumi di gas, una famiglia media italiana spende circa 1.300 all'anno (considerando un consumo annuo medio di 1.400 metri cubi): potrebbe risparmiare ben 260 euro l'anno se avesse le tariffe unitarie in vigore nei principali paesi europei. Il costo medio al metro cubo da noi è pari a 0,93 euro, contro lo 0,75 euro al metro cubo medio di Germania, Inghilterra, Francia e Spagna.
Si spendono 520 euro per l'elettricità - Per la luce, invece, una famiglia tipo circa 520 euro (per un consumo annuo medio di circa 2.700 KWh): potrebbe risparmiare 73 euro ogni anno se potesse contare sulle tariffe degli altri Paesi considerati. Paghiamo infatti 0,191 euro per KWh, contro gli 0,164 euro per KWh spesi in media da Germania, Inghilterra, Francia e Spagna. Perché questa differenza? La spesa unitaria varia, spiegano gli esperti di Facile.it, perché da noi i prezzi della materia prima gas e della quota energia della luce sono tassati maggiormente rispetto all'estero: da qui i rincari, che si ripercuotono sulle bollette. Nel dettaglio, il prezzo della materia prima gas in Italia è in linea con quello pagato dagli altri Paesi europei (0,62 euro/mc in Italia vs 0,62 euro/mc degli altri quattro Stati), mentre è molto forte la differenza di tasse ed imposte sulla bolletta (ben 0,31 euro/mc in Italia, contro uno 0,13 euro/mc per gli altri Paesi). Se sull'energia elettrica il prezzo italiano della quota energia è leggermente più alto rispetto alla media altri Paesi analizzati (0,132 euro/KWh in Italia vs 0,122 euro/KWh degli altri Paesi – con l’eccezione della Germania che è di molto sopra la media), è notevole il diverso peso delle tasse e delle imposte applicate alle bollette italiane (0,059 euro/KWh contro lo 0,042 euro/KWh degli altri Paesi considerati).
"La differenza di prezzi tra l’Italia e molti altri paesi europei – ha dichiarato Paolo Rohr, responsabile della Divisione Utilities – può essere in parte mitigata valutando le offerte del mercato libero per il gas e la luce. Attraverso il confronto delle tariffe gli utenti possono risparmiare sul prezzo della materia prima gas e della quota energia della luce, benché non possano, ovviamente, abbassare i costi addizionali e le tasse riportate in bolletta. Parliamo, ad ogni modo, di un risparmio medio di 150 euro sul gas e di 50 euro sull'energia elettrica".

L & M

laghiemonti
Laghi &
Monti

Azzurra Sport

azzurrasport
Azzurra
Sport

Web TV

webtv
VCO azzurra TV in Streaming

VCO Notizie

vconotizie
VCO Azzurra TV
telegiornale

Non di solo pane

nondisolopane
Non di
solo pane

Extra

extra
Approfondimento 
giornalistico

Vivere in salute

vivereinsalute
Vivere
in salute

Cronaca 7

Vivere in salute
Approfondimenti
di cronaca

Il Sasso nello Stagno

sasso nello stagno
Approfondimento 
giornalistico

Dilettanti per dire

dilettanti
Appuntamento
settimanale

Weekend..

weekend
Weekend
in viaggio

L'Infinito dentro un bisogno

infinito dentro un bisogno
L'infinito dentro un bisogno

Baskettando

baskettando
Rubrica
sportiva

La nostra storia

lanostrastoria
La nostra
storia

Sportivamente

sportivamente
Sportivamente
 

La nostra sede

Tele VCO 2000 s.r.l.

Copyright 2015 © Tutti i diritti riservati
Via Montorfano, 1 - 28924 Verbania Fondotoce (VB)
Tel. +39 0323.589711
Fax +39 0323.496258
Cap.Soc. € 155.000 i.v. Iscr.Reg.Imprese Verbania 
n. 00877200030
Direzione e coordinamento  di “IL CLUB S.R.L.” R.E..A. V.C.O. n.133820
Cod.Fisc./Part. I.V.A. 00877200030

La nostra sede