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Sab04042020

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Sos morbillo: 1517 casi Italia nel 2014, prima in Ue per incidenza

Non abbassare la guardia e vaccinare i bambini contro le malattie infettive, così come gli anziani contro l'influenza stagionale, per evitare nuove ''fiammate epidemiche'' con conseguenze molto gravi. Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, invita senza mezzi termini a non sottovalutare il valore cruciale delle vaccinazioni e mette in guardia contro le campagne ''pseudoscientifiche'' sempre più presenti sulla Rete e che mirano a dissuadere i genitori dal vaccinare i propri figli. Proprio per richiamare l'attenzione sulle vaccinazioni, strumento primario per la prevenzione, il ministero ha organizzato un convegno sul tema delle vaccinazioni in Europa, nell'ambito del semestre italiano di presidenza Ue. Il dato che serve a dare un'idea precisa del valore positivo delle vaccinazioni arriva dagli Usa: ''Proprio grazie ai vaccini - ha affermato Lorenzin - negli ultimi 20 anni, negli Stati Uniti si sono evitati 322 milioni di casi di malattia e 700mila decessi''. In Italia, ha ricordato il ministro, ''raggiungiamo la copertura del 90% delle vaccinazioni tra i bambini, ma non è ancora abbastanza, mentre si registra un calo preoccupante tra gli anziani''. Dunque, il nostro Paese non è ancora in una situazione ottimale, e lo dimostrano i dati relativi alla diffusione del morbillo: in un anno, ''da ottobre 2013 a settembre 2014, si sono registrati 1.517 casi e l'Italia si colloca al momento al primo posto in Ue per incidenza di casi. Inoltre, la malattia risulta sempre più diffusa non solo tra i bambini più piccoli ma anche tra gli adolescenti di 14-15 anni'', ha avvertito Lucia Pastore Celentano del Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc). Si tratta di una malattia grave eppure ''spesso i genitori non vogliono vaccinare i bambini - ha detto l'esperta - per timori ingiustificati''. Il fatto, ha spiegato il ministro, è che ''campagne pseudoscientifiche che vengono fatte su Internet e anche attraverso canali informali sui social network stanno cercando di dissuadere i genitori dalle vaccinazioni, così come le persone anziane. Questa pseudoscienza sta mettendo a rischio la copertura vaccinale e tutto questo espone i bambini ad un rischio inaccettabile di contrarre malattie infettive. A preoccupare è l'abbassamento del livello di percezione del rischio. Pensiamo ad esempio a cosa potrebbe accadere - ha esemplificato - se non avessimo le vaccinazioni contro la poliomielite, con focolai nel nord Africa, o se non ci fossero le vaccinazioni contro il morbillo, considerando che abbiamo avuto 11 decessi di bimbi proprio per morbillo a Napoli e nel 2012 centinaia di bimbi sono morti in Gran Bretagna''. Il punto, ha avvertito, è che ''oggi c'è una falsa sicurezza e quindi un abbassamento del livello di guardia''. Il problema, ha rilevato anche il presidente dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) Sergio Pecorelli, è che ''le vaccinazioni nel mondo stanno diminuendo perchè la scienza è attaccata in modo arbitrario''. Ed i rischi sono dietro l'angolo: ''Con la diminuzione delle vaccinazioni per alcune malattie 'storiche', come la polio, il pericolo è tornare indietro di secoli; se si abbassa la guardia le malattie possono ritornare'', ha avvertito il direttore dell'Agenzia europea per i farmaci (Ema), Guido Rasi. Ci sono ''autorità locali - ha concluso - che sono contro le vaccinazioni, e per questo avranno una responsabilità civile enorme''. (ANSA)

L’incidentalità stradale in Piemonte 2013: cala il numero di morti

Cala del 9% il numero di morti sulle strade della nostra regione, rispetto al 2012. Secondo le cifre presentate oggi dal Centro di Monitoraggio Regionale della Sicurezza Stradale (CMRSS), prosegue il percorso di miglioramento intrapreso dal Piemonte da oltre dieci anni. Se nel periodo dal 2000 al 2010 si sono chiusi con una riduzione della mortalità del 42% (il dimezzamento previsto dall’Unione Europea è stato raggiunto con due anni di ritardo, nel corso del 2012), il nuovo decennio vede la nostra regione ben avviata verso il perseguimento dei nuovi obiettivi. Con riferimento al valore 2010 (327 morti), il target piemontese per il 2020 è quello di non superare quota 163. Lo studio analizza il fenomeno nelle sue molteplici e variegate componenti e, basandosi sui dati raccolti in tutto il territorio regionale, consente una focalizzazione sugli aspetti critici sui quali concentrare gli sforzi e gli interventi. Le evidenze illustrate nel Rapporto confermano che l'incidentalità stradale in Piemonte risulta essere un fenomeno prevalentemente urbano come numero di episodi. Nel 2013 sulle strade comunali in abitato si contano addirittura più morti sia rispetto all'anno precedente, sia considerando i valori 2010. Di contro, in ambito extraurbano (dove si verifica la maggioranza di incidenti gravi e mortali) le percentuali di riduzione dei sinistri stradali sono molto più marcate: -22% sulle strade provinciali e statali, -23% sulle autostrade. Un dato confortante è rappresentato dall'abbattimento della mortalità sulle arterie autostradali: -52% rispetto al 2010, -17% tra il 2012 e il 2013 (valore quest'ultimo rilevato anche sulle strade provinciali e statali extraurbane). Lo scontro frontale-laterale (quasi 4mila casi nel 2013) è la natura incidentale più frequente, seguita dal tamponamento e dagli investimenti pedonali. Un aspetto importante che emerge è il miglioramento della situazione relativa agli utenti deboli (ciclisti, pedoni e motociclisti) con una riduzione complessiva della mortalità del 22%, determinata soprattutto dal calo delle vittime tra i motociclisti (-35%). In calo anche gli incidenti che hanno visto coinvolte persone anziane (-24% rispetto al 2012).

In controtendenza è invece l'aumento della mortalità giovanile: dopo diversi anni di miglioramento, nel 2013 si contano, rispetto al 2012, 6 vittime in più tra i neopatentati (18-21 anni) e 16 tra i giovani di età compresa tra i 22 e i 29 anni (+47%, valore che aumenta al 56% considerando il 2010). La distribuzione temporale degli incidenti stradali nell'arco della giornata mostra che la quota di sinistri che avvengono nelle ore di punta (7:00-9:00 e 17:00-19:00), mediamente si attesta al 39%, salendo al 42% nel corso dei giorni lavorativi e riducendosi al 30% in quelli festivi.

Il rapporto completo è scaricabile all’indirizzo www.sicurezzastradalepiemonte.it

Commenta l’assessore ai Trasporti della Regione Piemonte Francesco Balocco “Sebbene i dati che emergono da questo rapporto siano positivi, in questi ultimissimi anni i tagli ai trasferimenti e la conseguente scarsità di risorse hanno ridotto significativamente le iniziative di prevenzione e di sensibilizzazione operate sul territorio piemontese. Il rischio è di un rallentamento nel trend positivo riscontrato negli anni precedenti. La sicurezza stradale rimarrà un tema prioritario della Regione Piemonte e procederemo alla redazione del nuovo programma regionale triennale 2015-2017 che, pur tenendo conto dei limiti di bilancio, fissi le linee guida della nostra azione ed individui nuove modalità di finanziamento anche attraverso forme di partenariato pubblico-privato”.

Università: per i 'fuori sede' 380 euro al mese per una stanza

Mentre tanti italiani sono ancora sotto l'ombrellone a godersi gli ultimi giorni di ferie, per gli studenti universitari 'fuori sede' questo è un periodo cruciale per la ricerca dell'alloggio. Secondo le rilevazioni dell'Ufficio Studi di Immobiliare.it, la crisi economica non ha fatto calare di molto i prezzi degli affitti: l'indagine, realizzata prendendo in considerazione l'offerta di stanze sul portale nelle 15 città italiane con la maggior presenza di studenti fuori sede, ha rivelato che la richiesta media ammonta a 380 euro per una stanza singola e a 280 per un posto letto in doppia. Nel dettaglio, è Milano a detenere lo scettro di città universitaria più cara d'Italia: la richiesta media per una stanza singola qui è pari a 480 euro, praticamente il 26% in più della media nazionale, mentre per la doppia si spendono 320 euro. Numeri molto elevati, questi, che crescono ancora se si sceglie di alloggiare nelle zone più centrali o comunque comode per raggiungere le principali università milanesi: in zona centro storico, ad esempio, la richiesta media supera i 590 euro al mese. Seconda in classifica per i prezzi è Roma, dove la maggiore estensione territoriale contribuisce a far abbassare la somma media richiesta: 410 euro al mese per una singola e 300 per una doppia. Ma, anche in questo caso, la prossimità al centro storico della Capitale fa lievitare i prezzi a oltre 500 euro. A seguire, le città con i prezzi degli affitti più elevati sono tradizionali destinazioni degli universitari italiani, ma anche di tanti stranieri: Firenze (360 euro per la singola, 260 per il posto in doppia), Bologna (330 per una stanza singola, 240 per la doppia) e Torino (320 euro per la singola, 220 per il posto in una stanza condivisa). Si risparmia al Sud, con prezzi medi per la singola sotto i 200 euro a Catania e Palermo. La differenza di prezzo dell'offerta è strettamente connessa alle attrattive che le diverse città hanno non solo per gli studenti, ma anche per i giovani lavoratori. È con loro, infatti, che matricole e non devono "contendersi" le stanze disponibili: milioni di persone, spesso precarie, che guadagnano troppo poco per potersi permettere un alloggio per conto loro sempre più spesso ormai vivono in condivisione. Fenomeno questo, che fa lievitare la domanda di questa tipologia di affitto nelle città più produttive del Paese. Un altro fattore che emerge dall'indagine riguarda il proprietario dell'immobile: il 14% dell'offerta presente su Immobiliare.it vede tra gli inquilini anche il padrone di casa. Fenomeno recente, quello degli affitti parziali sembra ormai una realtà consolidata nel mercato immobiliare italiano.

Gli italiani sprecano sempre meno cibo

Gli italiani sono sempre più consapevoli dell'importanza di non sprecare cibo e di scegliere un'alimentazione attenta al portafoglio ma anche alla salute e all'ambiente. E' quanto emerge da un'indagine condotta da Ipsos per Actionaid sugli sprechi alimentari, diffusa in occasione della Giornata Mondiale dell'Alimentazione. Secondo quanto rilevato, un italiano su 2 preferisce rifornirsi presso piccoli produttori locali e a "km 0". La crisi economica sembra infatti aver avuto un impatto molto significativo sui comportamenti di acquisto e di consumo per oltre la metà degli italiani (51%), ancor più al Sud (59%) dove gli effetti della crisi hanno moltiplicato le già precarie condizioni di milioni di cittadini. Sebbene il 56% degli italiani dichiari di comperare ancora molto più dello stretto necessario, diverse cause contribuiscono a stimolare scelte mirate davanti agli scaffali come a casa, complice anche una maggiore attenzione per la propria salute (73%), per l'ambiente (14%) e una nuova sensibilità sugli impatti che il proprio consumo incontrollato può avere sul resto mondo (29%), inducendo gli italiani di fatto a impostare nuove regole di consumo a tavola. Nuove consapevolezze, quindi, che il campione interpellato da Ipsos (1.001 persone di età 18-60 anni) testimonia di aver acquisito: rispetto a 2 anni fa, per oltre la metà degli italiani (54%) sono sensibilmente diminuiti gli alimenti che finiscono in pattumiera senza essere consumati, e si è imparato a strizzare l'occhio a quelle variabili chiave che qualificano un prodotto alimentare: l'origine locale, quindi la filiera corta (50%), il rispetto della stagionalità a favore della qualità (48%) e un'attenta valutazione delle modalità di acquisto, sfuso e a peso, con punte altissime nella fascia d'età 55-65 (94%) ma altrettanto significative nella fascia 25-34 (84%). Un italiano su 2 preferisce rifornirsi presso piccoli produttori locali e a "km 0", ma oltre alla qualità anche il costo ha il suo peso specifico nelle scelte degli italiani, i quali individuano i prodotti alimentari soprattutto in presenza di una promozione (29%) o di un prezzo più basso rispetto ad altri cibi (24%). E' interessante notare come nella fascia 55-65 anni, lo spreco di alimenti scaduti o andati a male non capita quasi mai per oltre la metà del campione (56%), dato che si dimezza per la fascia 25-34 (27%) tra i quali il 6% butta cibi deteriorati o scaduti tutti i giorni, a fronte della metà sprecata dai 55-65enni. L'indagine rileva come la crisi (51%) rappresenti solo uno dei fattori che ha indotto gli italiani a una maggiore attenzione al proprio stile di consumo alimentare; una leva importante emersa dall'indagine risiede nella sensazione di disagio e fastidio che procura lo spreco (64%) - percentuale che lievita al Nord (75%) e cala al Sud (55%) - e da una certa dose di senso di colpa (29%) nei confronti di quelle persone che, anche nel nostro Paese ormai, non hanno di che alimentarsi. Un italiano su 4, infatti, è consapevole che il 13% delle famiglie dichiara di non potersi permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni, che 1/3 della produzione mondiale di cibo viene sprecato (47%) e che per ogni persona che non ha da mangiare al mondo ce ne sono due obese o in sovrappeso (26%); 1 italiano su 3 invece non ha ancora nessuna idea dell'impatto che gli attuali sistemi di agricoltura hanno sull'ambiente e sui consumi di combustibile per la produzione, mentre circa un quarto ritiene di esserne al corrente.

Export Piemonte nel 2013: + 3,8%

Dallo studio “L’Italia nell’Economia internazionale 2013-2014”, il 28° Rapporto annuale sul commercio estero dell’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, emerge che le esportazioni italiane di merci sono rimaste pressoché invariate nel 2013 ( 0,1%), in una fase di stallo del ritmo di espansione degli scambi dove le esportazioni mondiali di merci hanno deluso le aspettative di accelerazione. La leggera flessione è stata il risultato di un andamento negativo delle vendite destinate al mercato europeo, ancora caratterizzato da una domanda stagnante, compensato dall’espansione delle vendite dirette verso i paesi extraeuropei, trainate dalla ripresa dell’economia statunitense. Tuttavia la quota dell’export italiano sul totale mondiale ha interrotto una lunga tendenza discendente, risalendo al 2,8%, in parte per effetto dell’impatto nominale dell’apprezzamento dell’euro. In compenso nel 2013 il saldo dei conti con l’estero dell’Italia è migliorato notevolmente per il secondo anno consecutivo. Il saldo corrente della bilancia dei pagamenti ha assunto nuovamente un segno positivo dopo 13 anni, facendo registrare un avanzo di 15 miliardi di euro, pari a circa l’1% del prodotto interno lordo (Pil). Tale risultato è dipeso principalmente dal saldo commerciale, passato da un surplus di 17 miliardi nel 2012 a uno di 37 nel 2013. Hanno inciso, oltre al miglioramento del deficit dei prodotti energetici, in gran parte spiegato dalla dinamica dei prezzi del petrolio, l’incremento del surplus per gli altri prodotti (85 miliardi pari circa al 5,4% del Pil). Come altre volte in passato, il riequilibrio dei conti con l’estero segnala tuttavia una diminuzione delle importazioni più che un andamento favorevole delle esportazioni. Sempre nel 2013 il numero degli esportatori italiani è cresciuto tornando sui livelli precedenti alla crisi, e raggiungendo un numero record di 211.756 unità, 2.666 in più rispetto al 2012. Questo incremento è stato determinato in massima parte dall’aumento del numero dei micro-esportatori (con fatturato estero inferiore ai 75 mila euro), cresciuti di 17 mila unità dal 2004 al 2013, cui non ha tuttavia corrisposto un aumento del peso delle loro esportazioni sul totale (fermo allo 0,6%). In questo contesto nel 2013 il valore delle esportazioni del Piemonte ha superato i 41 miliardi di euro, grazie a uno dei tassi di crescita più elevati su scala nazionale (+3,8%). L’incidenza dell’export piemontese sul totale delle vendite all’estero dell’Italia è aumentata di quattro punti decimali rispetto all’anno precedente, attestandosi al 10,6% e consolidando la quarta posizione nella graduatoria nazionale delle regioni esportatrici. Con riferimento alle importazioni, si segnala una lieve ripresa (+0,6%) dopo il calo dell’anno precedente. “I dati relativi al primo trimestre del 2014 – ha sottolineato il Direttore Generale dell’Agenzia ICE, Roberto Luongo - mostrano un tasso di crescita delle esportazioni in accelerazione, con una variazione positiva del 6,9% rispetto al primo trimestre dell’anno precedente. Questo andamento prefigura un 2014 in miglioramento rispetto al già ottimo risultato raggiunto nel 2013. In particolare – ha tenuto a ricordare Lungo - la provincia di Biella ha ospitato a gennaio il primo appuntamento del Road show per l'internazionalizzazione delle imprese: un'iniziativa che ha visto e vede per la prima volta insieme tutti i soggetti, pubblici e privati, del Sistema Italia, impegnati in un'azione congiunta di medio termine su tutto il territorio nazionale”. Scendendo nel dettaglio settoriale, sono ancora le vendite di autoveicoli a trainare l’export della regione con un tasso di crescita del 31,3% rispetto al primo trimestre dell’anno precedente. In evidenza il buon risultato nell’export di prodotti chimici (+3,9%) e degli articoli in gomma e materie plastiche (+5,1%).Prosegue il buon andamento del comparto moda e dell’agroalimentare. In recupero il settore della meccanica (3,4%), mentre prosegue il crollo del valore delle vendite per la metallurgia (-33,9%) . Nel 2013, riguardo ai principali mercati di sbocco, l’export del Piemonte è risultato fortemente in crescita nei mercati extra-europei, con tassi molto elevati per Stati Uniti (+23%) e Brasile (+18,7%). Le esportazione sono cresciute, solo lievemente, anche nell’Unione Europea, grazie all’aumento di vendite in Francia (+1,4%), il mercato con maggior peso, Spagna (+4,5%) e Polonia (+2,4%) a dispetto del calo in Germania e Regno Unito. Le esportazioni crescono anche nei paesi non UE (+4,3%) nonostante il calo registrato nei mercati più rilevanti per la regione. L’analisi disaggregata per settori mostra una espansione generalizzata dei flussi in uscita, che hanno registrato dinamiche positive in tutti settori strategici per l’export della regione. Il dato del settore più importante, quello dei mezzi di trasporto, rileva una evidente accelerazione delle esportazioni, trainate dalle vendite di autoveicoli (+23,7%) che raggiungono il valore di 8,4 miliardi di euro, e grazie a questo risultato superano la soglia del 30% sul totale delle esportazioni italiane di questo sotto-settore. In rialzo è risultato anche l’andamento delle vendite di prodotti alimentari, bevande e tabacco (+5,3%), di prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori (+2,5%) e degli articoli in gomma e materie plastiche(+5,8%). Le contrazioni più significative hanno riguardato i flussi dei comparti della meccanica e della metallurgia che nel 2013 si sono ridotti rispettivamente del 2,8% e del 13,5%. In discesa il numero di operatori all’esportazione, con 18.588, probabilmente per effetto della selezione concorrenziale a favore delle imprese più grandi e più competitive sul mercato internazionale che ha aumentato il margine intensivo delle esportazioni piemontesi. L’interscambio di servizi nel 2013 ha visto le vendite verso l’estero del Piemonte lievemente in rialzo (+0,7%), rimanendo stabilmente la terza regione esportatrice italiana di servizi.

 

Con la Nuova Pac, cambiamento per l'agricoltura locale

Un incontro d’alto valore tecnico per conoscere e approfondire la Pac alla luce della recente riforma: è quanto ha tenuto Coldiretti nel pomeriggio di venerdì 10 ottobre a Torino, evidenziando nelle relazioni tutti i punti oggetto della riforma, alla presenza di un’ampia rappresentanza della dirigenza novarese e del Vco, che ha raggiunto il capoluogo subalpino con il presidente Federico Boieri e il direttore Gian Carlo Ramella. Incontri specifici sulla Pac e sugli effetti per la nostra agricoltura saranno programmati a breve sul territorio. Ad aprire i lavori il video messaggio del presidente Roberto Moncalvo il quale ha ripercorso in sintesi la genesi delle scelte nazionali ed il ruolo giocato da Coldiretti. L’introduzione al tema e ruolo di moderatore sono stati affidati al direttore della Coldiretti Piemonte Antonio De Concilio che ha rimarcato la necessitò di una Pac semplificata ed accessibile senza troppa burocrazia nonché la facilitazione dell’accesso al credito per la parte a carico delle imprese agricole. Quindi l’intervento dell’Assessore all’agricoltura Giorgio Ferrero il quale ha voluto evidenziare il lavoro svolto da Coldiretti con le sue rappresentanze nazionali e regionali per giungere ad una Pac con risposte positive per le aziende piemontesi. La relazione del professore Angelo Frascarelli della Facoltà di Agraria dell’Università di Perugia ha illustrato le istruzioni d’uso della nuova Pac.

E’ emersa una grande sintonia tra le aspettative generate dalla riforma della Pac nel mondo agricolo ed è stata evidenziata l’importanza strategica ed economica dei fondi che giungeranno in Piemonte con la Pac. Di qui la ferma volontà, come più volte ribadito da Coldiretti, di destinare le risorse alle imprese agricole professionali e di vigilare affinchè la black-list, ovvero l’ elenco di quanti non possono accedere ai fondi Pac, non sia aggirata o, peggio ancora, non rispettata. Tra le novità annunciate durante il convegno, la bozza del DM presentata alla Conferenza Stato-Regioni del 25 settembre non approvata per l’opposizione del Veneto. Le modifiche, dopo le osservazioni della Commissione europea, sono: l’esclusione dalla black list delle pubbliche amministrazioni che hanno in gestione gli usi civici (articolo 3), e la modifica del guadagno insperato (comma 2, articolo 10). Il testo, trascorsi 30 giorni dal mancato accordo nella Conferenza Stato-Regioni (25 ottobre), andrà in Consiglio dei Ministri per l’approvazione. Un’importante novità nella programmazione 2014-2020 della nuova Pac è l’inserimento nel primo pilastro di un sostegno obbligatorio ai giovani agricoltori in aggiunta al pagamento di base. In particolare, potrà essere destinato a tale sostegno fino al 2% del massimale nazionale previsto per i pagamenti diretti, corrispondente a 75 milioni di euro nel periodo 2015-2020. Il sostegno è previsto per un periodo di 5 anni. Da come è stato strutturato si evince chiaramente che si tratta di un sostegno volto ad accompagnare la fase iniziale della vita della nuova azienda. Sempre per i giovani il sostegno più importante, però, resta comunque quello previsto dal secondo pilastro (Sviluppo rurale). Anche nel secondo pilastro il giovane agricoltore viene identificato nelle persone fisiche di età non superiore ai 40 anni al momento della presentazione della domanda, che si insedia in qualità di capo azienda e che, in aggiunta a quanto previsto nel primo pilastro, possiede adeguate qualifiche e competenze professionali. Le ultime novità fanno risaltare l’attenzione riservata ai giovani agricoltori sui quali Coldiretti e il sistema agroalimentare piemontese poggiano le basi per il futuro.

 

 

 

Ebola: la testimonianza dei medici del Cuamm

Medici con l'Africa Cuamm è la prima organizzazione italiana che si spende per la tutela della salute delle popolazioni africane. Il Cuamm nasce nel 1950 e conta 1400 professionisti inviati in 41 paesi di intervento, tra cui i paesi sub-sahariani dove il virus Ebola contagia e uccide. Tra i Medici con l'Africa Cuamm, anche il domese Corrado Cattrini, rientrato dall'Africa la scorsa settimana. Ed ecco gli ultimi aggiornamenti da uno dei luoghi dove lavorano i volontari, ovvero Sierra Leone. A Pujehun, ci sono state finora 7 morti da Ebola. Di quattro pazienti, risultati positivi al test, 3 sono deceduti e uno è tutt’ora ricoverato; altre 4 persone sono morte da contatti avuti con i pazienti infetti. Tre, sono i centri mappati nel distretto come luoghi colpiti dall’epidemia. Si attendono altri casi. Pur con una piccola riduzione del personale per evitare quanto più possibile i rischi del contagio, il Cuamm ha deciso di rimanere. Così racconta Giovanni Putoto, appena rientrato dalla Sierra Leone: “Si sta alzando il livello di guardia nel paese. Ebola spaventa. I luoghi più caldi dell’epidemia sono isolati da cordoni sanitari rafforzati in alcuni casi anche da posti di blocco dell’esercito e della polizia. I movimenti della popolazione sono ristretti. Alcuni villaggi con casi sospetti sono stati messi in quarantena. Gli operatori sanitari, per girare, devono essere provvisti di un pass rilasciato dalle autorità. L’aeroporto è presidiato. I controlli sanitari sono aumentati specie in uscita. Chi lascia il paese deve riempire una scheda sanitaria individuale con tutti i dati sensibili, si sottopone alla misurazione della temperatura due volte, una all’ingresso dell’aeroporto e una prima di imbarcarsi e infine viene schedato con tanto di foto. Ci sono timidi segnali che l’aiuto internazionale comincia a muoversi. Un cargo cinese arrivato da poco scarica materiale protettivo e equipaggiamenti di varia natura. Arrivano alcuni team di esperti. I bisogni da affrontare sono immensi”. Un'altra testimonianza toccante è quella di Paolo Setti Carraro: “Cari amici, in questa buia giornata, dall’orizzonte basso di nuvole grigie, con l’acqua che scorre a fiumi dal cielo, vogliamo condividere con voi la luce del sorriso di Kadie, che lei stessa ci aveva lungamente e caparbiamente negato per tutto il mese. È arrivata da noi da Pandebu, distretto di Bonthe, confine occidentale di Pujehun (Sierra Leone), nelle braccia di suo padre dopo un mese di febbri e digiuno. Dieci chili di peso per una bimba di 5 anni, il respiro affannoso degli anemici cronici, le caviglie gonfie dei gravi malnutriti, l’addome disteso dalla peritonite cronica, feci liquide che sgorgavano a fiotti dall’ombelico dopo ogni pasto frugale che riusciva ad ingollare. Lentamente abbiamo corretto l’anemia, combattuto la malaria, guarito la polmonite, cominciato ad alimentarla con latte speciale. Tuttavia, quanto più si alimentava, tanto maggiore era la portata della fistola intestinale. Un disastro disperante. È toccato a me districarmi un mattino nel suo addome, tra mille aderenze, per trovare il buco che la febbre tifoide vi aveva aperto e chiuderlo con la più azzardata delle suture che ho mai realizzato nella mia vita di chirurgo. Ho trascorso giorni pieni d’ansia e notti tormentate, mentre lei si “nutriva” di acqua e sali per via endovenosa nell’attesa di sapere che i nostri sforzi non erano stati vani. Poi finalmente, dopo tre giorni, la regolare ripresa delle funzioni intestinali ci ha fatto capire che c’era speranza. Poco importava che nel frattempo, come atteso, la ferita addominale si fosse riaperta. Era quel buco che ci terrorizzava, ed ora era sotto controllo. Piano piano Kadie ha ripreso a mangiare e per tutti noi è cominciato il festival delle uova sode, dei biscotti ipercalorici, la gara ad ingozzarla di ogni leccornia disponibile sul mercato, poche in realtà, ma una continua sorpresa per lei, non usa a tanta ricchezza. Il suo volto imbronciato per settimane, il suo sguardo vuoto e disperato hanno cominciato a rilassarsi ed oggi, finalmente, dopo tante sofferenze ci ha donato il più bello dei sorrisi. Kadie è tornata a casa, lavata e profumata, vestita come una regina. Di quel sorriso che trasmette gratitudine e gioia oggi abbiamo tutti un grande bisogno. Ebola è qui, tra noi, al nostro fianco”. E gli ultimi update da quei luoghi di sofferenza e di contagio ci arrivano dal Direttore di Medici con l’Africa Cuamm. Don Dante, che parla del lavoro di Clara, Paolo e Stefania, Chiara, Tito e Annunziata, Alessandro, Angela e Giovanni. ''I nostri sono partiti per vaccinare, misurare altezze e pesare, formare, assistere e curare mamme e bambini, fuori e dentro l’ospedale, come facciamo di solito. - scrive Don Dante - È gente normale che si proponeva di condividere un po’ della propria umanità e competenza. E poi si sono ritrovati senza volerlo in mezzo alla bufera dell’Ebola! Non hanno scelto di esserci ma adesso che sono lì decidono di restare e, insieme ai locali, affrontano e combattono questa “maledizione”. Ci sono mascherine, guanti, occhiali protettivi, materiale pulito, disinfettante e altro ancora in ogni angolo. Lo staff locale e quello volontario fa ogni giorno gli straordinari, tutti sono attenti e scrupolosi, il clima è sereno e collaborativo anche se la preoccupazione è palpabile''

AIUTARE I VOLONTARI DEL CUAMM E' POSSIBILE. COME?

Con 10 euro assicuri materiale informativo e di sensibilizzazione alla popolazione locale
Con 20 euro garantisci il trasferimento del paziente sospetto dalle unità periferiche all’ospedale
Con 30 euro copri i costi di analisi e test di controllo
Con 100 euro assicuri i kit completi di protezione individuale: guanti, occhiali, camice, maschera, copri scarpe o stivali, copricapo
Causale Emergenza Ebola c/c postale 17101353 intestato a Medici con l’Africa Cuamm IBAN: IT 91H0501812101000000 107890 per bonifico bancario presso Banca Popolare Etica, PD www.mediciconlafrica.org

 

Cos'è il virus Ebola?
È un virus è estremamente aggressivo, appartenente alla famiglia dei Filoviridae, come il virus Marburg, che causa problemi simili. Ebola provoca una serie complessa e rapidissima di sintomi, dalle febbri emorragiche al dolore ai muscoli e agli arti e numerosi problemi al sistema nervoso centrale. Il periodo di incubazione (dal momento del contagio all'insorgenza dei primi sintomi) va da 2 a 21 giorni. La morte è fulminante e sopraggiunge nello stesso periodo (2-21 giorni). Il materiale genetico è RNA, che va incontro a mutazioni non particolarmente rapide e contiene solo sette geni. Sono stati isolati finora cinque ceppi diversi del virus, di cui quattro sono letali per l'uomo. La prima scoperta del virus risale al 1976, in Congo e Sud Sudan. Di solito il virus è molto infettivo e virulento, e quindi se colpisce una o due persone di un villaggio si diffonde con estrema rapidità e "consuma" tutte le persone che colpisce.

Emergenza ebola, aggiornamento da Medici con l'Africa Cuamm

Porta la firma di Don Dante Carraro, l'ultimo aggiornamento che ''fotografa'' la situazione che i medici con l'Africa Cuamm devono affrontare in questo periodo in cui il virus Ebola non ''guarda in faccia'' a nessuno causando sino ad oggi oltre 3400 morti (dato OMS). “Ebola è un’emergenza che avanza e che non risparmia nessuno. E questo ci spinge ancora di più, nonostante la fatica, la stanchezza e la paura, a rinforzare la nostra presenza lì, a garantire il nostro impegno, mettendo a disposizione le forze e le risorse che abbiamo. Non possiamo - non dobbiamo - abbandonare quelle popolazioni lasciandole all’indifferenza. È un dovere che sentiamo di avere nei confronti di tutti coloro per i quali ogni giorno ci spendiamo nel tentativo di garantire il diritto alla salute. È questa gente che ci chiede di restare, di non andare lasciandola sola, perché da sola non potrebbe farcela. La settimana scorsa sono partiti per la Sierra Leone due nostri operatori: il dottor Giovanni Putoto, responsabile Programmazione di Medici con l’Africa Cuamm e il dottor Matteo Bottecchia, con funzioni di  assistente al capo progetto. Ma sono partiti con preoccupazione ma anche con la consapevolezza che solo l’impegno, la continuità e la determinazione può vincere una battaglia come Ebola. Così Giovanni Putoto descrive il clima:
«È come un’ossessione insopprimibile che non ti abbandona e non ti dà pace. Non la vedi, ma è dappertutto che ti insegue e ti perseguita. È l’epidemia dell’Ebola che ha sequestrato le vite e le menti della gente della Sierra Leone. I dati si rincorrono uno dopo l’altro e sono sempre più negativi. I casi di Ebola aumentano anche se in uno stato di perfetta equità. Non ci sono disuguaglianze sociali, di genere o di generazione in questa malattia. Le vittime sono lo specchio dell’umanità di sempre: uomini e donne, bambini e anziani, laici e chierici, ricchi e poveri, contadini o abitanti delle città. In una dimensione esistenziale che non è più la stessa di prima, tutti indistintamente cercano un segno di speranza, un segno positivo, una prospettiva semplice: tornare ad una vita normale, dignitosa, pacificata con la natura». (6 ottobre 2014 18.53) È fondamentale, soprattutto ora, rafforzare il lavoro del team e la sua presenza a fianco della gente e dei colleghi locali. La gente ha paura, è sempre più chiusa in se stessa, nelle case, nei villaggi. Non è facile raggiungere le persone e far capire loro come sia giusto affrontare questa emergenza, come non è facile garantire in modo adeguato e costante tutto ciò che manca''.

Ecco come si è presentata Freetown, la capitale della Sierra Leone, agli occhi del nostro operatore Matteo Bottecchia appena arrivato nel Paese: «È un paese disorientato quello che accoglie il nostro arrivo, in un aeroporto deserto. La presenza di Ebola si legge fin dai primi passi fuori dall’aeromobile, accolti da acqua clorinata per lavarsi le mani, materiale informativo sull’infezione, check point sanitari appena dopo i controlli doganali. La macchina della prevenzione al primo impatto pare ben rodata, funzionante, ma resta nell’aria una sensazione d’attesa, di timore e incertezza. Freetown è scossa dal consueto ritmo frenetico delle grandi città africane, martellata dai clacson e dalle grida dei passanti. Tra queste si distinguono cori ritmici, distanti; il suono si fa più forte mano a mano che il gruppetto si avvicina, una dozzina di ragazzi che risalendo una grossa strada poco illuminata gridano una melodia, un inno, intimano ad Ebola di andarsene, di lasciare il loro Paese e far tornare la pace tra la gente. C’è in quel coro un moto di grande speranza, voglia di combattere a viso aperto la piaga che sta martoriando la Sierra Leone e i Paesi limitrofi, ma anche un’ammissione di impotenza. Sono parole che intimano, ma anche chiedono, a Ebola di abbandonare questa terra.  L’infezione ha trovato una breccia tra le ferite di un Paese sovrastato da problemi profondi, con un sistema sanitario fragile e impreparato ad un compito così grande come combattere quest’epidemia senza precedenti. Sono donne e uomini forti e motivati quelli che stanno portando avanti la quotidiana battaglia contro il virus, ma ogni giorno si confrontano con enormi difficoltà tecniche, specialmente nelle aree più periferiche come Pujehun, dove le vie di collegamento tra una miriade di piccoli centri sparsi sul territorio sono al limite della praticabilità, e il materiale di protezione e trattamento per il Centro di Salute di Zimmi, il più vicino all’attuale focolaio d’Ebola, arriva solo attraversando il fiume Moa a bordo di una barca a remi. Sembra una lotta impari, quella tra la rapidità di diffusione del virus e la lentezza a cui si è costretti anche per fornire servizi sanitari di base. E il grande rischio è che l’apparente insormontabilità degli ostacoli porti rassegnazione, ovvero un’altra porta aperta per Ebola».E mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità aggiorna i dati sulle vittime di Ebola in Africa Occidentale in un triste conteggio che porta a 3.439 i morti su un totale di 7.492 casi al primo ottobre, con la giornata  nera di sabato scorso 4 ottobre che ha registrato 121 morti e 81 nuovi casi in sole 24 ore, qualche segnale di speranza arriva proprio da Zimmi, dove anche grazie al vostro aiuto è stato fatto un grande lavoro. «Il centro di Zimmi che continua ad essere quello più colpito dalla epidemia è stato visitato ieri – riposta Giovanni Putoto. Ha due pazienti ricoverati nel blocco principale, una donna positiva e un ragazzo in attesa di conferma del test. Gli altri due pazienti, risultati positivi, sono stati trasferiti a Kenema. Una paziente deceduta è stata tumulata in una zona sicura. Abbiamo visitato il centro e l’abbiamo trovato pulito e ben organizzato. E’ stata rimossa la pompa manuale ed installata una pompa ad immersione, installati 2 tank per l’acqua e ora l’acqua arriva sia al vecchio centro di salute che al centro di isolamento con rubinetti esterni. Sono stati fabbricati 1000 blocchi di cemento. Ora c’è acqua corrente e i pazienti ricevono correttamente i pasti. Il trasferimento da Bo dell’ultimo carico di cemento e tubi è stato molto complicato a causa delle pessime condizioni delle strade, ma a giorni saranno terminati anche toilette e inceneritore. Lo sforzo logistico è stato considerevole. Abbiamo incontrato il personale e le autorità locali che hanno espresso apprezzamento per il lavoro fatto».
Medici con l’Africa Cuamm continua dunque a sostenere i due centri di isolamento: uno nell’ospedale di Pujehun, l’altro a Zimmi, una delle aree focolaio. Qui è necessario continuare ad assicurare, senza mai abbassare la guardia, medicinali, strumenti di protezione (mascherine, guanti, occhiali, stivali, grembiuli, clorina), ma anche gasolio, telefoni, cibo, acqua, materiali per costruire.
Sentiamo nostre le parole di Giovanni nel suo ultimo messaggio: «Questo è quello che cerca di fare Medici con l’Africa Cuamm a Pujehun e a Zimmi dove le fiamme dell’epidemia continuano ad elevarsi, spavalde e minacciose. Ci siamo con la nostra presenza, il nostro aiuto tecnico e materiale, la nostra determinazione a non mollare. Il lavoro è molto e faticoso: pazienti Ebola da assistere in modo professionale e umano, personale sanitario da affiancare nelle sfide quotidiane, comunità impaurite da incoraggiare. Una speranza da costruire passo dopo passo, sfida dopo sfida, con loro».
Don Dante CarraroCome puoi aiutare:
Con 10 euro assicuri materiale informativo e di sensibilizzazione alla popolazione locale
Con 20 euro garantisci il trasferimento del paziente sospetto dalle unità periferiche all’ospedale
Con 30 euro copri i costi di analisi e test di controllo
Con 100 euro assicuri i kit completi di protezione individuale: guanti, occhiali, camice, maschera, copri scarpe o stivali, copricapo
Causale Emergenza Ebola c/c postale 17101353 intestato a Medici con l’Africa Cuamm IBAN: IT 91H0501812101000000 107890 per bonifico bancario presso Banca Popolare Etica, PD www.mediciconlafrica.org

Indagine: abitudini dei turisti sotto l'ombrellone

Prendono il sole, leggono, telefonano, dormono e scavano buche nella sabbia per giocare con i piccoli. Se sono donne non dimenticano mai crema solare, occhiali e cellulare. Se sono uomini non rinunciano a telefonino e giornale. E' l'identikit di chi passa le vacanze sotto l'ombrellone secondo un'indagine del Sindacato italiano balneari: un cliente a due facce, che da una parte dice di volersi disintossicare dalla tecnologia, ma non molla telefonini e iPad e dall'altra riscopre libri e giornali. "Il 70% degli italiani preferisce il mare per le ferie estive - afferma Riccardo Borgo, presidente del Sib - e trascorre la maggior parte della propria vacanza ospite dello stabilimento balneare. Quest'anno sempre con l'ottica della fidelizzazione abbiamo avviato un'indagine per conoscere i gusti, le abitudini, i desideri ma anche gli eventuali fastidi dei turisti sotto l'ombrellone. Per migliorare la nostra offerta". Dato che la durata delle ferie si accorcia sempre di più (quasi nessuno a causa della crisi può permettersi più di 20 giorni al mare), la priorità assoluta è il riposo. Per questo a infastidire di più sotto l'ombrellone sono i vicini troppo invadenti, chi parla continuamente al cellulare ad alta voce e i venditori ambulanti troppo insistenti. La parte più interessante è senz'altro quella secondo i nuovi servizi che sarebbero più apprezzati nello stabilimento balneare perché anche qui ritorna la mania dell'essere iperconnessi: in molti sognano il wi-fi gratuito sotto l'ombrellone o la presa di corrente per ricaricare il cellulare. Per fortuna qualcuno pensa anche al suo amico a quattro zampe e vorrebbe il cane o il gatto al proprio fianco in spiaggia. Più tipica la lista degli oggetti dimenticati: occhiali, chiavi, costume, crema solare e asciugamani. "Il nostro lavoro - spiega Borgo - non termina all'orario di chiusura dello stabilimento balneare: una volta riposti i lettini, chiusi gli ombrelloni e pulita la spiaggia, bisogna raccogliere tutti gli oggetti che sono stati dimenticati. Spesso ritroviamo sotto il lettino, sul tavolino o appesi all'ombrellone anche pacchetti di sigarette ancora quasi pieni, accendini e addirittura telefonini e portafogli che sono restituiti al proprietario entro pochi minuti, il tempo di rendersi conto di averli persi. Discorso diverso per giornali, riviste ma anche per i libri che quasi mai sono reclamati". (ANSA).

Sigaretta elettronica: i veti dell'Oms

Sempre più no per la sigaretta elettronica. L’Organizzazione mondiale della sanità invita a vietarla in presenza di ragazzi e donne in attesa, in Italia ci sono già divieti nelle scuole. Forse si fa un po’ meno male a se stessi fumando le sigarette elettroniche, ma ancora si mette a rischio la salute altrui con il fumo passivo.
L’organizzazione mondiale della sanità ha preparato un documento in vista della Conferenza delle Parti alla Convenzione quadro dell'Oms sul tabacco in programma dal 13 al 18 ottobre a Mosca. La sigaretta elettronica è definita un grave pericolo per l'adolescente ed il feto, l'esposizione alla nicotina avrebbe conseguenze a lungo termine sullo sviluppo del cervello.
Secondo i dati raccolti quanto si inala con la sigaretta elettronica non è solo vapore acqueo come viene sostenuto da chi le commercializza. Utilizzandole si aumenta l'esposizione dei non fumatori alla nicotina e ad altre sostanze tossiche. La raccomandazione dell'Oms è di vietare la vendita di sigarette elettroniche ai minorenni e aggiungere il divieto di il fumo negli spazi pubblici chiusi come per le sigarette classiche. Resta dunque il problema del fumo passivo. Chi ha scelto la sigaretta elettronica rispetto a quella classica è probabilmente meno esposto a sostanze tossiche, dice ancora l’Oms. Oltre ai divieti indicati devono essere regolamentati i dispositivi che regolano il contenuto di sostanze tossiche e si pensa al divieto di miscele con aromi alla frutta, ai dolci e alle bevande alcoliche.
Regole italiane

In Italia la sigaretta elettronica con nicotina non può essere venduta ai minorenni e ne è vietato l'utilizzo nei locali chiusi delle istituzioni scolastiche statali e paritarie e dei centri di formazione professionale. L’ordinanza è del luglio 2013. Secondo i dati del convegno "Sigaretta elettronica: benefici e rischi per la salute e criteri di controllo" organizzato all'Istituto Superiore di Sanità sono circa cinquecentomila gli italiani che usano regolarmente le e-cig, il 20% le sostituite totalmente alle altre, gli altri alternano. L’uso di nicotina complessivo si sarebbe ridotto. Il Tar del Lazio ha sospeso in febbraio la norma con l’aumento della tassazione sulle sigarette elettroniche arrivata al 58,5% di accise come le sigarette convenzionali. Il governo però sta lavorando a un decreto legislativo che riordini l’intera tassazione dei tabacchi Secondo Anafe http://www.anafe.it/, l’associazione nazionale dei produttori di fumo elettronico le nuove tasse porterebbero il costo di una ricarica da 6 a 35 euro.

Realtà aumentata, robot e droni nel futuro del Settore Pubblico

Secondo i dipendenti del Settore Pubblico entro 20 anni gli uffici saranno caratterizzati da tecnologie innovative che cambieranno in maniera significativa il modo di lavorare. Ad affermarlo è una ricerca condotta da Coleman Parkes per conto di Ricoh. Una ricerca commissionata da Ricoh Europe e realizzata da Coleman Parkes mette in evidenza come i dipendenti del Settore Pubblico si aspettano entro i prossimi 20 anni un posto di lavoro tecnologicamente evoluto in cui verranno utilizzati: sistemi per la realtà aumentata (70% del campione); robot da ufficio (62%); droni (62%). Rispetto a quanto affermano gli intervistati del Settore dell’Istruzione, dei Servizi Finanziari e della Sanità, i rispondenti del Settore Pubblico non credono che le innovazioni tecnologiche più dirompenti verranno introdotte sul posto di lavoro nei prossimi 5-10 anni ma in un futuro più lontano. Le innovazioni che secondo i rispondenti potrebbero diventare realtà includono i trasmettitori sensoriali (56%), vale a dire piccoli dispositivi adattati all’orecchio che consentono di trasmettere dati audio e video direttamente al cervello sotto forma di segnali elettronici. Grazie a questi trasmettitori, informazioni relative a servizi ai cittadini, a iniziative interne oppure a normative locali, nazionali ed europee potranno essere inviate rapidamente ai dipendenti prima dello svolgimento di riunioni importanti. Secondo gli intervistati un posto di lavoro tecnologicamente evoluto consente una migliore condivisione delle informazioni e rende le comunicazioni più efficaci. Oltre la metà dei rispondenti del Settore Pubblico afferma che l’innovazione tecnologica in ufficio consentirà un migliore accesso alle informazioni di cui necessitano per lo svolgimento delle attività (59%), il 55% ritiene che l’IT aiuterà a eseguire il proprio lavoro più rapidamente e il 51% è convinto che migliorerà la collaborazione tra i dipendenti. Il tempo risparmiato grazie all’adozione di nuove tecnologie e all’innovazione dei processi può essere utilizzato per migliorare i servizi ai cittadini. In questo contesto di innovazione e cambiamento ci sono una serie di questioni che i dirigenti del Settore Pubblico si trovano ad affrontare. I dirigenti sono sotto pressione per raggiungere l’obiettivo del miglioramento dei processi ma, anche come conseguenza dell’attuale contesto economico, si trovano a dover fare “di più con meno”. Dalla ricerca emerge poi che la capacità del settore di introdurre nuove tecnologie è frenata, oltre che dai costi (56%) e da aspetti riguardanti la sicurezza (46%), dalle stesse normative in vigore (43%). Oltre un quarto ha inoltre citato come ostacoli all’adozione delle nuove tecnologie: la resistenza al cambiamento da parte dei dipendenti (33%), la mancanza di volontà da parte delle organizzazioni di introdurre nuovi modi di lavorare/processi interni (27%), la difficoltà di connettere le nuove tecnologie con i sistemi legacy (27%). Carsten Bruhn, Executive Vice President di Ricoh Europe, afferma: “Non c’è dubbio che nel futuro il posto di lavoro nel Settore Pubblico sarà molto diverso da quello di oggi, dal momento che vi saranno nuovi modi di comunicare e di ricevere informazioni. Il future in cui la realtà aumentata darà ai dipendenti nuove possibilità è molto vicino. Come messo in evidenza dagli stessi dipendenti, vi sono però alcuni percorsi obbligati da intraprendere prima che il settore possa trarre valore dalle future innovazioni. Ad esempio è necessario completare la digitalizzazione dei processi di business e rivedere le modalità con cui i dipendenti accedono alle informazioni. Lo studio mostra che un terzo delle organizzazioni del settore non si avvale di piattaforme per la collaborazione interna e anche la funzionalità follow-me printing e le soluzioni basate sul web per organizzare meeting sono sottoutilizzate”. La Commissione Europea sta mettendo in atto una serie di iniziative per aumentare le interazioni digitali e consentire al Settore Pubblico di evolvere verso un posto di lavoro tecnologicamente più avanzato. L’adozione di sistemi per migliorare le attività del settore è ad esempio supportata dall’obiettivo della Commissione di incrementare entro il 2015 l’utilizzo dei servizi di eGovernment del 50% da parte dei cittadini e dell’80% da parte delle imprese europee1. Carsten Bruhn aggiunge: “Oltre ad accelerare la digitalizzazione nel Settore Pubblico, le direttive europee consentiranno in futuro di sviluppare servizi per i cittadini più efficaci. Un ambiente di lavoro caratterizzato da tecnologie per la collaborazione e l’interattività sempre disponibili aumenta la produttività interna e l’efficacia delle comunicazioni con i cittadini. Le tecnologie agevolano le organizzazioni del Settore Pubblico che stanno cercando di aumentare l’efficienza e di migliorare i servizi cittadini. Il punto di svolta potrebbe essere il 2034, anno in cui il posto di lavoro tecnologicamente evoluto potrebbe essere una realtà. Sarà l’inizio di una nuova era in cui innovazioni, quali i comandi che si attivano con il pensiero, diventeranno la normalità”. Per ulteriori informazioni relative all’impatto della tecnologia sul posto di lavoro: http://thoughtleadership.ricoh-europe.com/it/ Ricoh è un Gruppo multinazionale che fornisce soluzioni per la stampa office e per il production printing, servizi documentali e servizi IT. Con sede principale a Tokyo, Ricoh è presente in oltre 200 Paesi e nell’anno fiscale conclusosi a marzo 2014 ha realizzato un fatturato di 2.236 miliardi di yen (circa 21,7 miliardi di dollari). La maggior parte del fatturato del Gruppo deriva dalla vendita di prodotti, di soluzioni e di servizi che migliorano la gestione delle informazioni. Ricoh produce inoltre fotocamere digitali, che hanno ricevuto numerosi riconoscimenti, e altri prodotti industriali. Ricoh è conosciuta nel mercato per la qualità delle tecnologie, gli elevati standard di servizio e le iniziative a favore della sostenibilità. Come espresso dalla tagline aziendale imagine. change. Ricoh aiuta le aziende a trasformare il modo in cui lavorano e a valorizzare l’immaginazione dei dipendenti. Per ulteriori informazioni potete visitare il sito: www.ricoh.it

 

Da Palermo a Baveno a piedi: il lungo viaggio di Darinka (fotogallery)

La modalità parrebbe essere quella del format “Pechino Express”. Peccato che la protagonista non sia la concorrente di uno show televisivo né vada alla ricerca di notorietà da reality. Darinka Montico, 33enne italiana che ha vissuto per anni all'estero, ha deciso di ri-scoprire il Bel Paese attraversandolo da sud (Palermo) a nord (Baveno) a piedi. Sì, avete letto bene: a piedi, ovvero camminando per 30-35 chilometri al giorno. E non si tratta neppure di una novella Forrest Gump. L'obiettivo di Darika è di conoscere il ''vero'' Bel Paese: non accetta soldi ma solo offerte di vitto e alloggio. Duemila chilometri percorsi dal 21 marzo scorso (quando è iniziata la lunga ''passeggiata'' da Palermo) ad oggi, quando si trova sulla via Francigena al confine tra Lazio e Toscana. La meta è Baveno, dove vivono i suoi genitori: "Non ce la facevo più - racconta Darinka - era un pomeriggio di qualche mese fa quando ho detto al mio capo 'vado a fare una passeggiata' e non sono più tornata, ho sentito che era il momento di fare ciò che amo: viaggiare, fotografare scrivere". Darinka cammina con uno zaino tecnico di nove-dieci chili, un sacco a pelo, un materassino gonfiabile per dormire, due cambi di pantaloni e magliette, due paia di scarpe da trekking, un pile che le hanno regalato, un ombrello che ha scambiato con il costume da bagno, un Ipad con il navigatore e una macchina fotografica. "Non mi serve altro - dice - da dormire trovo con il passaparola o con la rete del couchsrfing o anche via facebook con le persone che seguono il mio viaggio sul mio profilo o sul mio blog. Mi arrivano molte offerte di ospitalità e, appena ho due ore libere, anche io mando mail per spiegare il mio progetto e chiedere un posto per dormire e qualcosa da mangiare." Ora: va bene tutto.... ma è doveroso chiedere il perchè di questa scelta: "Lo faccio per conoscere il mio paese - racconta Darinka - non solo i paesaggi e i luoghi bellissimi, ma anche le persone che lo abitano e i loro sogni: per questo a quelli con cui entro in rapporto chiedo di scrivermi il loro sogno. Ne ho già raccolti migliaia e quando tornerò a casa vorrei fare un'istallazione con i sogni e le foto che ho fatto." Duemila chilometri percorsi, sei regioni già attraversate e ancora quasi altre tre da percorrere. Il tamtam della rete in alcuni casi ha camminato più veloce di Darinka ed ha fatto sì che qualcuno abbia percorso dei pezzi di strada con lei, altri si sono entusiasmati e hanno coinvolto i loro amici per ospitarla. "All'inizio facevo degli errori - racconta Darinka - come quando ad Agrigento ho pensato di attraversare i campi per tagliare e fare meno strada e invece mi sono infangata: non riuscivo più ad uscire dal campo e ho perso solo più tempo. Ora so che è meglio seguire la strada.” Già...seguire la strada...che sia una metafora per la ''retta via''? Comunque sia, continueremo a seguire Darinka per attenderla, anche noi, come in molti, a Baveno. Nel frattempo, troviamo Darinka step by step – letteralmente ''passo dopo passo - su www.walkaboutitalia.com

E se il sole fosse una droga?

In questa estate che di estivo ha solo la definizione, pare una beffa parlare di sole. Ma la ricerca è fresca fresca e l'ipotesi avanzata tenta di rispondere a questa domanda: ''E se il sole fosse una droga che porta a dipendenza fisica?'' Sono i ricercatori dell’Università di Harvard a sostenere che l’esposizione cronica ai raggi ultravioletti provoca il rilascio delle endorfine, gli «ormoni del benessere» prodotti dal nostro cervello e dotati di una potente attività analgesica e stimolante, con un’azione simile alla morfina e ad altre sostanze oppiacee. Non saremmo così più in grado di fare a meno del sole, per le sensazioni piacevoli che ci dà, e ne diventeremmo dipendenti, come fosse una sostanza stupefacente. A confermare la teoria sarebbero i test condotti su roditori esposti per sei settimane a raggi UV: al termine della sperimentazione in laboratorio i topi, proprio come i tossicodipendenti, hanno mostrato i segni della dipendenza fisica e i comportamenti tipici dell’assuefazione. «Nonostante sia cosa nota che i raggi ultravioletti siano cancerogeni, moltissime persone sono del tutto indifferenti e non utilizzano neppure il minimo buon senso utile a non ustionarsi - dice David Fisher, membro del dipartimento di Dermatologia al Massachusetts General Hospital e all’Harvard Medical School e autore della ricerca -. Questa scoperta potrebbe spiegare perché moltissime persone hanno un desiderio istintivo di stare al sole nonostante i rischi per la propria salute perché sono assuefatte». L’ipotesi è quella di prendere coscienza del proprio essere «drogati di UV» e combattere a fatica con la propria «malattia». Gli amanti del sole si riversano sulle spiagge ogni anno, spesso incuranti dei rischi che le troppe radiazioni comportano. Mare, monti, laghi o parchi cittadini, la scottatura è sempre in agguato e con lei il rischio di tumore. Ad oggi è stato dimostrato scientificamente un chiaro e indubbio rapporto tra esposizione ai raggi del sole e basalioma, il più comune tumore cutaneo, fortunatamente poco aggressivo, che si diagnostica soprattutto in chi passa molte ore all’aria aperta (come marinai e pescatori, agricoltori, addetti all’edilizia) e nelle zone del corpo più esposte, quali volto e cuoio capelluto. Ma alcuni studi indicano anche che le ustioni provocate dalla scorretta esposizione al sole (specie in giovane età) possono danneggiare il nostro Dna e, sul lungo periodo, portare a modificazioni delle cellule che inducono lo sviluppo del tumore. Tra i danni a carico del sole bisogna poi citare l’invecchiamento della pelle. I vantaggi: la produzione di vitamina D (indispensabile per la salute delle nostre ossa), che per il 90 per cento generiamo grazie al sole e solo per il 10 introduciamo coi cibi. Oltre agli effetti positivi sull’umore, proprio per via del rilascio delle endorfine, il sole è anche un anti depressivo naturale molto potente.

Droga: un ragazzo su 4 fuma cannabis, cresce consumo

La cannabis spopola sempre più tra i ragazzi e i consumi aumentano di anno in anno: nel 2014 quasi uno su quattro ha fumato marijuana almeno una volta, in aumento di due punti percentuali rispetto all'anno precedente. E' il dato più eclatante, insieme alla crescita delle persone in cura per gioco d'azzardo patologico, che emerge dalla Relazione sulle tossicodipendenze 2014 del Dipartimento politiche antidroga, appena ricevuta dal Parlamento. Un rapporto atteso da tempo - la legge pone la scadenza del 30 giugno di ogni anno per l'invio alle Camere - e arrivato in ritardo a causa dei cambiamenti intervenuti ai vertici del Dipartimento dopo il cambio di Governo. Il premier Matteo Renzi ha avocato a sé le competenze in materia di droga, non ha confermato alla guida del Dpa Giovanni Serpelloni - che ricopriva quella carica dal 2008 e che è tornato al suo precedente lavoro di medico a Verona - e la struttura antidroga è rimasta senza un capo. Nel luglio scorso, al Dpa è stato nominato un direttore generale, Patrizia De Rose, ed è attualmente in atto una riorganizzazione di tutta la struttura. Il primo atto pubblico del Dpa dell'era Renzi, dunque, è la Relazione al Parlamento arrivata in queste ore alle Camere, che si basa ovviamente in gran parte sul lavoro già cominciato da Serpelloni. Ed è anche per questo, si presume, che alla Relazione manca una "firma" politica e che i dati sono incompleti e frammentari. Manca, ad esempio, un aggiornamento sui consumi della popolazione adulta nel 2013 - sono riportati solo quelli del 2012, già contenuti nel rapporto precedente. Sono invece aggiornati i dati sui consumi degli studenti, relativi a uno studio condotto nel 2014 su un campione di 31.661 ragazzi tra 15 e 19 anni: ha consumato cannabis una o più volte negli ultimi 12 mesi il 23,46%, due punti in più rispetto al 2013 (21,56%). Diminuisce invece il consumo di cocaina (dal 2,05% all'1,58%); sostanzialmente stabili eroina (dallo 0,36% allo 0,21%), stimolanti (amfetamine o ecstasy) fermi a 1,36% e allucinogeni (2,03% contro 2,13%). Il 21% dei ragazzi ha consumato più sostanze. Osservando il fenomeno per area geografica, si evidenzia il maggior consumo di cannabis, cocaina ed eroina nell'Italia centrale; gli stimolanti vengono usati maggiormente nell'Italia nord-occidentale mentre gli allucinogeni hanno un consumo maggiore nell'Italia del nord-est. Per quanto riguarda invece i consumi nella popolazione generale, il Rapporto cita i dati delle analisi delle acque reflue (di scarico) in 17 città italiane, annualmente forniti al Dpa dall'Istituto Mario Negri di Milano: nel 2013 risulta in aumento del 10,96% la concentrazione di cannabis, mentre diminuisce dello 0,75% quella di cocaina. Sostanzialmente stabili le percentuali delle altre sostanze rilevate. Risultano stabili i numeri delle persone tossicodipendenti bisognose di cura (circa 461 mila), a fronte di circa 165 mila persone assistite dai Sert (164 mila nel 2012), prevalentemente per dipendenza da eroina. Continua a calare il numero di morti per droga (344 nel 2013, erano mille nel 1999). Infine, il gioco d'azzardo, che può diventare anch'esso dipendenza vera e propria e che vede crescere di anno in anno le sue "vittime": se nel 2012 erano 5.800 le persone in cura per gioco compulsivo, nel 2013 sono diventate 6.800. Lombardia e Veneto le regioni con il maggior numero di persone in trattamento. Il fenomeno del gioco patologico riguarda purtroppo anche i giovani: secondo i pochi dati presenti nella Relazione, si stima che i giovani giocatori problematici (che non hanno sviluppato dipendenza ma hanno abbandonato un atteggiamento prudente) sono il 4,3% mentre quelli patologici (dipendenti) sono il 3,8%.

Troppi rifiuti sui mari italiani

Tanta plastica, troppa, galleggia nei mari italiani. Buste e bottiglie, soprattutto. Goletta Verde di Legambiente ha percorso 1.700 chilometri lungo le coste e in 87 ore di osservazione ha trovato quasi 700 rifiuti, 27 ogni chilometro quadrato, e il 90% era di plastica, uno avvistato ogni 10 minuti. A rimetterci è l'ambiente ma il rischio è anche per l'uomo: "I frammenti di plastica, ingeriti direttamente o involontariamente dalla fauna marina, entrano nella nostra catena alimentare", avverte Legambiente, cioè finiscono nei nostri piatti. Ma ancor più i rifiuti affondano: si stima che il 70% di quelli che entrano nell'ecosistema marino vadano giù e che ci siano circa 40 kg sommersi ogni kmq di fondale, in gran parte plastica, ricorda Serena Carpentieri, portavoce di Goletta. E' nel mare mare Adriatico, invece, che galleggia la maggior parte di rifiuti (27 ogni kmq), in prevalenza di plastica, di cui il 20% proveniente dalla pesca, cioè reti e polistirolo galleggiante, frammenti o intere cassette che si usano per contenere il pescato. Nel Mar Tirreno la Goletta ha individuato 26 rifiuti ogni kmq. Meglio il Mar Ionio, con "solo" sette rifiuti ogni kmq di mare. Navigando lungo le coste, le tratte più "dense" di rifiuti sono risultate in assoluto quelle di Castellammare di Stabia (Napoli), dove sono stati contati più di 150 rifiuti ogni kmq; più di 100 davanti la costa abruzzese di Giulianova e più di 30 sul Gargano, tra Manfredonia e Termoli. Nel Mare Adriatico, la plastica che galleggia è per il 41% quella delle buste e per il 22% quella di frammenti di oggetti. Del 91% dei rifiuti di plastica nel Mar Tirreno il 34% è costituito da bottiglie (bevande e detergenti) che quest'anno hanno superato la percentuale di buste di plastica (29%). Il monitoraggio in questa estate 2014 è stato fatto con l'Accademia del Leviatano che ha solcato le acque della tratta transfrontaliera Civitavecchia-Barcellona per otto volte e un totale di 800 km e 20 ore di osservazione. Il risultato è stato di quattro rifiuti ogni chilometro quadrato, ma prendendo in considerazione solo quelli più grandi di 20 centimetri e in alto mare. Nelle restanti tratte, Goletta Verde ha invece monitorato i rifiuti dai 2,5 cm in su e ben il 75% del totale è era costituito da rifiuti inferiori ai 20 cm. La campagna di Legambiente è stata realizzata anche con il contributo di Coou (Consorzio obbligatorio oli usati), Novamont e Nau!, secondo il protocollo scientifico elaborato dal Dipartimento Difesa della natura di Ispra e dal Dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa. Il Consiglio Generale della Pesca nel Mediterraneo (Fao), ricorda Legambiente, afferma che oltre 6 milioni di tonnellate di materiali solidi e pericolosi di origine umana vengono scaricati ogni anno nei mari del mondo.

Su strada senza motore

Mare, montagna o laghi: in tempo vacanze è tanta la voglia di mobilità con mezzi alternativi, che, oltre ad essere ecologici, fanno fare un po’ di esercizio fisico. Ma anche i mezzi alternativi hanno le loro regole che devono essere rispettate per la sicurezza di chi le conduce e degli altri utenti della strada. Parliamo, perciò, delle regole per utilizzare bene biciclette, pattini ed altri acceleratori di andatura ed in genere di tutto ciò che si muove sulla strada per effetto della propulsione umana.

Il codice li chiama “velocipedi” e li definisce come veicoli a 2 o più ruote mosse dalla propulsione muscolare umana attraverso pedali o analoghi dispositivi. Diversamente da quanto previsto per tutti gli altri veicoli, il codice non richiede che i velocipedi siano omologati, approvati o immatricolati dal ministero dei Trasporti. L’omologazione è tuttavia prevista per velocipedi a più ruote simmetriche (risho) che consentono il trasporto di altre persone oltre il conducente. Chi li costruisce, ma anche chi li utilizza sulla strada, deve rispettare precise disposizioni per quanto riguarda le loro dimensioni massime: 1,30 m di larghezza, 3 m di lunghezza, 2,20 m di altezza. Questi limiti hanno una notevole importanza anche per quello che riguarda la possibilità di trasporto di oggetti sui velocipedi: infatti, in nessun caso, si possono superare tali dimensioni massime. Secondo il codice della strada, i dispositivi luminosi ed il campanello devono essere sempre presenti ed efficienti da mezz’ora dopo il tramonto del sole a mezz’ora prima del suo sorgere, oppure, anche di giorno nelle gallerie, in caso di nebbia, di caduta di neve, di forte pioggia e in ogni altro caso di scarsa visibilità. Al di fuori di tali circostanze, la mancanza o l’inefficienza dei dispositivi di illuminazione e di segnalazione visiva non sono oggetto di sanzione. Ciò consente di affermare che alcuni tipi di bicicletta, particolarmente diffuse (quali biciclette da corsa, mountain bike, bmx e simili) possono circolare sulla strada anche senza avere tali dispositivi, ma possono essere utilizzati solo di giorno. Nelle gallerie, di notte e nei casi di scarsa visibilità, invece, non possono essere utilizzati sulla strada ma devono essere condotti a mano, rispettando le regole di circolazione valide per i pedoni. Sul velocipede può prendere posto, di norma, solo il conducente salvo che sia appositamente costruito ed attrezzato per il trasporto di altre persone. Non c’è, perciò, un divieto di trasporto di passeggeri sui velocipedi ma è in ogni caso imposto che essi siano sistemati correttamente su sellini, seggiolini o altre strutture costruite appositamente per ospitarli in completa sicurezza, come accade, ad esempio per tandem e risho. Il trasporto di persone sulla canna o sul manubrio, perciò è sempre vietato dal codice della strada. Anche per trasportare oggetti ed animali sui velocipedi esistono regole ben precise: è vietato trasportare oggetti che non siano solidamente assicurati, che sporgano lateralmente rispetto all’asse del veicolo o longitudinalmente rispetto alla sagoma di esso oltre i cinquanta centimetri, ovvero che impediscano o limitino la visibilità al conducente. Naturalmente, in nessun caso si possono superare le dimensioni massime previste per i velocipedi (1,30 m di larghezza, 3 m di lunghezza, 2,20 m di altezza). Anche fido può essere trasportato sulla bicicletta ma deve essere sistemato in modo da non rischiare di cadere o impedire al conducente di essere pronto e sicuro nelle manovre di guida. Sono assimilati ai velocipedi, anche le biciclette a pedalata assistita, cioè le biciclette dotate di un motore ausiliario elettrico avente potenza nominale continua massima di 0,25 KW, la cui alimentazione è progressivamente ridotta ed infine interrotta quando si raggiunge la velocità di 25 km/h o anche prima, se il ciclista smette di pedalare. Si tratta, cioè, di velocipedi in cui un motore elettrico aiuta il conducente nella propulsione fino ad una certa velocità, rendendo meno faticoso il suo movimento. Tuttavia, questo veicolo dotato di motore, proprio per la presenza di tali rigorosi vincoli normativi, deve essere utilizzato in modo coerente con le finalità per cui è costruito. Il motore, perciò, non deve mai funzionare in assenza di pedalata né può avere potenza nominale superiore a quella consentita. L’impiego di un velocipede a pedalata assistita che presenta alterazioni o manomissioni tali da permettergli di superare tali limiti di utilizzo costituisce grave violazione che può avere pesanti conseguenze per il conducente. La circolazione dei velocipedi e il comportamento dei ciclisti in genere è oggetto di scrupolosa regolamentazione da parte del codice della strada. Il rispetto delle regole da parte di chi conduce tali veicoli assume particolare importanza se si considera che, soprattutto nei centri urbani, si registra una significativa mortalità per incidenti stradale che li vedono coinvolti. Nel nostro Paese, durante la circolazione con velocipede, non è richiesto l’uso del casco protettivo o di abbigliamento rifrangente per le ore notturne anche se questi due strumenti di protezione possono rivelarsi davvero molto importanti per la sicurezza del conducente di una bicicletta.

DALLA PARTE DEL CICLISTA

di Alberto Fiorillo - responsabile aree urbane Legambiente

Il dibattito sulla sicurezza stradale di chi si sposta in bici è spesso parziale, ispirato da una lettura approssimativa delle statistiche e delle esperienze disponibili o, peggio, muove le mosse da pregiudizi fondati su una serie di luoghi comuni alimentati dai media o da scaltri e interessati addetti ai lavori.

Proviamo allora insieme a fare una macabra previsione: tra un mese esatto è il tuo turno, tocca a te morire in un incidente stradale mentre stai pedalando sulla tua bicicletta. Però sei fortunato. Prima del fattaccio ti viene data l’opportunità di cambiare le regole che governano la mobilità e, se fai le scelte giuste, se riesci almeno a dimezzare il rischio di incidentalità stradale nella tua città, puoi sperare di sopravvivere. Hai fatto tutti i riti apotropaici del caso? Bene, procediamo.

1) La tua scelta è la protezione passiva. Dunque da ora in poi indossi il casco. Risultato: sei morto! La specifica norma comunitaria che definisce i requisiti degli elmetti per biciclette, skateboard e pattini (omologazione EN 1078) prevede che i caschi garantiscano un’apprezzabile protezione solo fino a velocità d’impatto di 25/30 km/h.

2) La tua scelta è farti vedere. Dunque da ora in poi riempi te stesso e la bici di luci e catarifrangenti. Risultato: sei morto! La quasi totalità degli incidenti che coinvolgono i ciclisti avvengono di giorno, in condizioni di luminosità spesso ottimali. Degli ultimi dieci omicidi stradali di un ciclista, uno solo si è verificato al crepuscolo, gli altri sono avvenuti di mattina o nel primo pomeriggio.

3) La tua scelta è la tolleranza zero nei confronti di ubriachi e drogati. Risultato sei morto! Anzi, sei morto due volte! Prima che gli effetti di pene più severe facciano sentire i loro effetti sulla sicurezza stradale, il tuo mese è passato e tu fai in tempo a partecipare al tuo funerale e pure a varie cerimonie annuali alla memoria. E poi il tuo obiettivo qual è? Vendicare la tua morte o sopravvivere? Inoltre, bisogna leggere con attenzione le cifre: l’ultima volta che Aci e Istat hanno analizzato statisticamente il fenomeno (nel 2008) è stato rilevato che gli incidenti con morti e feriti imputabili a un alterato stato psico-fisico del conducente sono il 3,12 % del totale. Si tratta, approssimativamente, di 135 casi su 3.860. La quasi totalità delle vittime della strada è provocata da persone in pieno possesso delle proprie facoltà mentali.

4) La tua scelta è la sensibilizzazione e la promozione di un cambiamento culturale. Risultato: sei morto! Dal 1946 a oggi sono state uccise da incidenti stradali 481.000 persone, circa 40.000 in più rispetto alle vittime italiane della seconda guerra mondiale. È dagli anni Sessanta, dalla motorizzazione di massa, che si parla di promuovere campagne di educazione a partire dai più piccoli, dalle scuole. Non dico che non vada fatto, ma anche ammesso che partisse ora un progetto serio ed efficace, prima di vedere risultati apprezzabili serviranno diverse generazioni e altre migliaia di funerali oltre al tuo.

5) La tua scelta sono le piste ciclabili. Risultato: sei morto! La via infrastrutturale verso la sicurezza e la ciclabilità è impraticabile per tantissimi motivi. A parte i soldi, è tecnicamente impossibile, ad esempio, realizzare una ciclabile in ognuno dei 68.267 chilometri che costituiscono la sola viabilità ordinaria all’interno dei comuni capoluogo. E anche se fosse possibile, considerando il ritmo di crescita delle ciclabili urbane nell’ultimo ventennio, servirebbero 649 anni e mezzo per assicurare una rete completa di strade riservate alle due ruote.

6) La tua scelta è la messa in sicurezza delle strade, delle rotatorie, della pavimentazione stradale, dell’illuminazione notturna. Risultato: sei morto! Il pessimo stato delle infrastrutture o la loro inadeguatezza (buche, scarsa illuminazione, rotatorie malprogettate…), secondo le statistiche, è responsabile di una percentuale di incidenti compresa tra lo 0,4 e il 2,3%.

7) La tua scelta è affidare il tuo destino agli amministratori pubblici. Risultato: sei morto! Anzi, ma dove vivi? Tu chiedi risposte immediate ma la macchina burocratica comporta che gli interventi programmati si sviluppino nell’arco di 10-20 anni. Ma tu hai un mese di tempo, mica puoi aspettare!

Hai esaurito le tue sette vite da gatto e io devo ancora sgombrare il campo da alcuni potenziali equivoci. Bisogna usare il casco, utilissimo soprattutto se cadi da solo, girare al buio senza luci è istigazione a delinquere, è gravissimo che si possa ammazzare la gente guidando ubriachi e rischiando solo una sonora tirata d’orecchi. Bisogna stimolare un cambiamento culturale in questo Paese ed esigere un’azione seria e concreta, vanno fatte le ciclabili lungo quelle arterie dove proprio è impossibile garantire una convivenza armoniosa tra vari mezzi di trasporto, bisogna eliminare le trappole presenti nel manto stradale, nelle rotatorie ad alcuni incroci… Bisogna fare tutto questo, però… Però, osservando analiticamente e scientificamente le cause degli incidenti bisogna essere consapevoli che tutto questo può ottimisticamente portare a una riduzione del 6/8% della mortalità. I 282 ciclisti morti ogni anno potrebbero cioè diventare 260. E tu, purtroppo, sei tra quei 260, perché quei 260 non sono vittime delle buche, del buio, di un alcolizzato, ma del mancato rispetto del semaforo o di una precedenza (20%), della guida pericolosa, di una distrazione o del sorpasso azzardato (25,3%), di manovre irregolari, del mancato rispetto della distanza di sicurezza, di un’inversione a U (28,2%). E alla guida ci sono persone che nel 97% dei casi sono nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Visto che qualunque sia la causa di un incidente è la velocità (nel 100% dei casi) a determinare la gravità delle conseguenze, bisogna per prima cosa agire sulla velocità dei veicoli. Bisogna chiedere agli amministratori pubblici che va ridotta a 30 km/h nei centri abitati e che va fatto adesso, nell’interesse dei ciclisti, dei pedoni, dei motociclisti, degli automobilisti. Ma non basta. Bisogna capire che gli standard attuali della mobilità non sono la normalità, che è assurdo che il 72% della popolazione si sposti in automobile per fare percorsi che nel 70% dei casi oscillano tra i 1.000 metri e i 7 chilometri. Un’ultima cosa. Nei 30 giorni che avevi a disposizione per cambiare le regole del gioco 23 persone in bici moriranno davvero, uccise dall’impatto con un veicolo a motore.

 

 

Estate: immersioni, regole per la sicurezza

Iperossia, embolia, lesioni del timpano. Immergersi in mare affascina, ma se fatto in modo scorretto può provocare non pochi danni. In Italia ci sono mezzo milione di persone, dai 14 ai 65 anni, che possiedono brevetti sub, vuol dire che un italiano ogni 13 spesso effettua immersioni, nei nostri 8000 chilometri di costa ma anche all'estero. "Sottacqua può andare chiunque sia in buona forma fisica. Nessuna immersione però se non ci si sente in forma, meglio rinunciare anche se si è intrapreso un lungo viaggio per farla. In particolare bisogna evitare di scendere in caso di raffreddore o otiti perché il muco rende difficile la compensazione", spiega Luca Revelli, chirurgo endocrino del Policlinico Gemelli di Roma ed esperto di medicina subacquea. Nelle 24 ore dopo le immersioni, ricorda, "evitare sforzi eccessivi ed evitare di viaggiare in aereo, poiché resta azoto nei tessuti e c'è il rischio di embolizzazione". Quindi le altre buone regole da non dimenticare: scendere sempre in due, con qualcuno che sia in grado di prestare aiuto in caso di necessità, e ricordarsi che più si scende in profondità più la permanenza dovrebbe essere ridotta. Scendendo, inoltre, il consiglio è quello di compensare con una espirazione forzata a glottide chiusa, ovvero spingersi l'aria nell'orecchio medio tappandosi il naso, anche se si scende solo 5 metri: serve a evitare il trauma più diffuso, la perforazione del timpano a causa della pressione dell'acqua. Le immersioni successive vanno fatte sempre a quote inferiori delle precedenti, comunque sempre a favore di corrente, per evitare di faticare di più e andare subito in affanno. Si può scendere abbastanza velocemente mentre la risalita deve essere lenta e prudente, facendo una sosta di sicurezza, in genere di 3 minuti ogni 5 metri. Chi va in apnea, poi, deve evitare di farlo dopo immersioni con bombole e risalire al primo bisogno di aria. Per tutti gli appassionati sub infine, il consiglio di bere molto, "anche se non si ha sete", sottolinea Revelli, "perché, in base ai meccanismi che regolano la diuresi, immergendosi si perdono molti liquidi".

Estate: Polfer, 194.390 i controlli, 192 i minori rintracciati

Più controlli nelle stazioni e sui treni per garantire maggiore sicurezza ai viaggiatori: sono stati 194.390 i servizi di controllo messi in atto dalla Polizia Ferroviaria durante l'estate e 3.684 i servizi antiborseggio in abiti civili sia negli scali che sui convogli, con 146 autori di furto sorpresi in flagranza di reato, sia in stazione che a bordo treno; 360 gli arrestati e 2.995 gli indagati. Nel periodo di maggior afflusso dei vacanzieri sono state impiegate oltre 47.000 pattuglie in stazione e quasi 12.000 a bordo treno. Nel solo periodo estivo la Polfer ha rintracciato 192 minori; in una circostanza, in particolare, gli operatori sono intervenuti ponendo in salvo un gruppetto di giovani intenti a camminare lungo i binari. Gesto che avrebbe potuto finire in tragedia: nel primo semestre di quest'anno 8 delle 46 vittime di investimento sono ragazzi di età inferiore ai 25 anni (circa il 18% dei casi), con un aumento del 100% rispetto allo scorso anno. Nell'intero arco temporale sono stati scortati 26.285 convogli ferroviari (con una media di oltre 285 treni al giorno). Il personale della Polfer ha inoltre sventato un tentativo di violenza sessuale a bordo di un treno. Sono stati inoltre 350 controlli ai centri di raccolta e recupero metalli, in circa 2.400 servizi di pattugliamento delle linee ferroviarie ed in 240 servizi di controllo su strada a veicoli sospetti nell'ambito del contrasto ai furti di rame, che si traducono spesso in ritardi alla circolazione dei treni e consistenti disagi per i viaggiatori. Ciò ha consentito il recupero di oltre dieci tonnellate di "oro rosso" di provenienza furtiva, per un totale di 11 arrestati e 36 indagati. In due occasioni gli operatori hanno consentito di salvare la vita a cittadini colti da arresto cardiaco. In entrambi i casi la conoscenza delle tecniche di rianimazione e l'uso del defibrillatore da parte degli operatori di Polizia si sono rivelati decisivi.

Tempo di vacanze: un solo giorno da ''bollino nero''

Complice il periodo di crisi economica che costringe molti italiani alla rinuncia dei viaggi per mete lontane, quest'anno le partenze per le vacanze prevedono un solo giorno di «bollino nero» in tutta l’estate. Tanti, sono però i giorni critici da «rosso». Ma le vacanze degli italiani sono decisamente cambiate: partenze sempre più scaglionate, periodi più corti e molti week end «mordi e fuggi». Secondo le previsioni di Autostrade per l’Italia è sabato 9 agosto il giorno più critico per mettersi in viaggio, da evitare assolutamente. Per il resto è atteso un traffico significativo, ma da «bollino rosso», nei fine settimana della prima metà di agosto, per i viaggiatori diretti verso le località estive. Mentre la seconda metà del mese e il primo weekend di settembre saranno caratterizzati da flussi più intensi in direzione delle città. «Una sola giornata di bollino nero e pochi weekend da bollino rosso, sono la prova concreta di come gli italiani abbiano oramai rinunciato alle partenze o ridotto drasticamente i giorni di villeggiatura» è il commento del presidente del Codacons Rienzi - «Basti pensare che nel 2008 il 45% degli italiani, ossia circa 29 milioni di persone, aveva effettuato almeno un viaggio nel periodo luglio-settembre; questa estate, negli stessi mesi, solo circa 20 milioni di cittadini si concederà un viaggio. Questo significa che in 6 anni il numero di italiani in viaggio nel periodo estivo si è ridotto di 9 milioni di persone, con un calo del 31% tra il 2008 e il 2014».

Prima di mettersi in movimento - suggerisce il gestore della rete - è consigliabile consultare il sito www.autostrade.it che, in tempo reale, mostra la situazioni delle varie tratte. Infine, parte gli ultimi giorni di luglio l’iniziativa « Sei in un Paese meraviglioso», realizzata insieme al Touring Club e a Slow Food per scoprire paesi e località mentre si viaggia. Nelle aree di servizio informazioni all’interno di una cornice dorata daranno informazioni sui posti visitabili in base al tempo disponibile: 3 ore, mezza giornata, 1 giorno, 2 giorni .

Sistemi allerta inondazioni più rapidi con tre progetti Ue

Lanciare tempestivamente l'allerta in caso di alluvioni e monitorare in tempo reale le relative situazioni di emergenza per salvare vite ed evitare danni a immobili, infrastrutture e ambiente. E' l'obiettivo di Imprints, WeSenseIt e UrbanFlood, tre progetti finanziati dall'Unione europea per un totale di undici milioni di euro (a due dei quali partecipa anche l'Italia) che hanno messo a punto "sistemi unici di previsione e allerta" spiega la Ue. Maire Geoghegan-Quinn, Commissaria per la ricerca, l'innovazione e la scienza, ha rilevato che "l'Ue continua ad investire nella ricerca e nell'innovazione finalizzate alla prevenzione e alla gestione delle inondazioni. Nostro obiettivo è aiutare i governi ad adottare misure adeguate e coordinate per ridurre questo rischio e proteggere i loro cittadini". La prevenzione e la gestione delle inondazioni sono al centro del progetto Imprints, "che ha sviluppato una piattaforma di allerta precoce in grado di ridurre a circa due ore, o anche meno, i tempi di reazione a piene improvvise" sottolinea l'Ue aggiungendo che "si basa su previsioni più accurate delle precipitazioni. Il software è in grado di prevedere i flussi d'acqua a livello del suolo e di fornire un sistema completo di allerta precoce per le inondazioni improvvise, la quantità di detriti che esse possono trasportare e i danni potenziali alle infrastrutture locali. Il progetto 'WeSenseIt', che si concluderà nel settembre 2016, "fa leva sulla capacità di osservazione umana". I cittadini, spiega Bruxelles, fanno misurazioni con nuove applicazioni, attualmente in via di sviluppo nell'ambito del progetto, e inviano informazioni e immagini tramite il telefono cellulare. Le nuove tecnologie e i nuovi approcci sono attualmente testati in Italia (grazie al partenariato con l'azienda Quinary e con l'Autorità di bacino dei fiumi Isonzo, Tagliamento, Livenza, Piave, Brenta-Bacchiglione), nei Paesi Bassi e nel Regno Unito. "Abbiamo sviluppato applicazioni per dispositivi mobili che consentono alle guardie fluviali nel Regno Unito, mentre percorrono le rive, di fare foto taggate con indicazioni o osservazioni se ritengono di aver notato qualcosa di preoccupante", spiega il coordinatore del progetto Fabio Ciravegna dell'Università di Sheffield. Le dighe, gli argini e le rive dei fiumi sono a rischio durante un'inondazione. Il progetto UrbanFlood ha messo a punto sensori e tecnologia correlata per monitorare gli argini di protezione dalle piene e lanciare un'allerta precoce in caso di rischi di cedimento. I sensori sotterranei controllano lo stato degli argini e rilevano qualsiasi cambiamento a livello delle acque e altri fattori, quali temperatura, umidità e movimenti di terra. Informazioni che sono poi analizzate dal "software di modellizzazione del progetto, che può far scattare un allarme. Il software calcola la velocità con cui il sito sarà allagato in caso di cedimento e suggerisce persino i modi migliori per trasferire i cittadini in aree più sicure".

 

Ictus, il rapporto dell'Auxologico

L’ictus è una questione di tempo. E di numeri. Quanto prima si interviene. Quanto meglio si interviene. Quanto facciamo per prevenirlo. E’ questa l’estrema sintesi di un lavoro complessivo da parte di oltre trenta specialisti che hanno redatto, nell’arco di due anni di lavoro e basandosi sulla propria quotidiana esperienza a contatto con persone colpite da ictus, un manuale unico nel suo genere, a livello internazionale. Si tratta del Quarto Rapporto sull’ictus (Il Pensiero Scientifico Editore) che l’Irccs Istituto Auxologico Italiano ha dedicato ad un tema cruciale: cosa fare dopo l’evento acuto, ovvero: integrazione e continuità delle cure. Il manuale prosegue nella vocazione dell’Auxologico a farsi promotore nella condivisione delle conoscenze mediche più avanzate, oltre che dell’attività di ricerca, diagnostica, cure ospedaliere e interventi riabilitativi attuati nelle sedi lombarde e piemontesi in 55 anni di vita dell’Istituto.

 

«L’Istituto Auxologico Italiano», spiega Alberto Zanchetti, direttore scientifico, «che ha tra le sue principali missioni la ricerca e la cura delle malattie cerebrovascolari, ha voluto dedicare il suo Quarto rapportosull’ictus a una rassegna di quello che si può e si deve fare dopo che si è presentato un ictus. La prevenzione degli eventi cardiovascolari acuti ha fatto incredibili progressi negli ultimi decenni grazie soprattutto alla terapia antipertensiva e, più recentemente, all’impiego delle statine, e grazie alla terapia anticoagulante nella fibrillazione atriale. Nonostante questi progressi, l’ictus rimane ai primi posti di mortalità nell’Unione Europea, immediatamente dopo la malattia coronarica, ed è la principale causa di disabilità, in conseguenza soprattutto dell’invecchiamento crescente della popolazione europea. La ricerca clinica, tuttavia, ci ha fornito mezzi efficaci per ridurre le conseguenze di un ictus, sia diminuendo la mortalità in fase acuta sia evitando o limitando gli esiti di disabilità. Questi successi sono possibili solo grazie all’integrazione e alla continuità delle cure, che vanno dagli interventi immediati nella fase acuta dell’ictus nell’unità di cure intensive (Stroke Unit) alla riabilitazione specialistica per correggere e alleviare la disabilità residua, alla prevenzione secondaria delle recidive di ictus, che ha sfatato il vecchio detto della medicina: semel apoplecticus, semper apoplecticus».

 

L’ictus di qualche decennio fa rappresentava una condanna. Il concetto era che una persona colpita da ictus, sarebbe successivamente sempre stata soggetta a “colpi apoplettici” (la vecchia definizione di ictus) successivi. E l’immagine quella di un paziente per lo più lasciato a se stesso, senza grandi possibilità di recupero motorio o cognitivo. Il più delle volte immobilizzato su una sedia a rotelle.

 

I numeri dell’ictus

 

L’ictus cerebrale costituisce la terza causa di morte dopo le patologie cardiovascolari e neoplastiche e la principale causa di invalidità permanente o disabilità nei Paesi industrializzati, nonostante i progressi ottenuti nel campo della prevenzione. Ad oggi in Italia oltre 950.000 persone sono colpite da ictus, di cui ben l’80% di natura ischemica, con circa 200.000 nuovi casi ogni anno e 39.000 ricorrenze. Circa 300.000 persone hanno una disabilità residua che ne riduce significativamente l’autonomia. La mortalità nella fase acuta, ovvero a 30 giorni per l’ictus cerebrale, è stata valutata pari al 20% di tutti i casi in Italia, mentre nell’arco del primo anno è stimabile pari al 30%. Un anno dopo un ictus cerebrale, un terzo dei soggetti sopravvissuti presenta un elevato grado di disabilità, sufficiente a determinare totale dipendenza.

 

Importanza delle Stroke Unit

 

Il Rapporto sull’ictus dell’Auxologico testimonia invece un radicale cambiamento di paradigma. L’idea dei medici è oggi non soltanto quella che si possa salvare la vita alle persone colpite da ictus, ma si possa preservare il loro cervello, e quindi le funzionalità fisiche e cognitive, successivamente all’intervento d’urgenza in fase acuta. Gli interventi tempestivi in unità specializzate e multidisciplinari (Stroke Unit) si sono rivelati e si dimostrano sempre più di vitale importanza. Con l’estrema, assoluta necessità di presenza delle Stroke Unit su tutte il territorio nazionale. Cosa che tuttora non è avvenuta. «Per la sua elevata incidenza e per l’elevato rischio di disabilità permanente a cui espone», sottolineano Giuseppe Micieli e Alessandra Persico, del Dipartimento di Neurologia d’urgenza dell’Irccs C. Mondino di Pavia, «l’ictus cerebrale costituisce quindi un problema assistenziale, riabilitativo, sociale ed economico di grandi dimensioni, rendendo conto del 2-4% della spesa sanitaria totale nelle nazioni sviluppate. Ad oggi, se si considerano i trattamenti standard per la terapia dell’ictus, al di là della trombolisi, che tuttavia non è praticabile in tutti gli ictus ischemici, l’acido acetilsalicilico (ASA) in prevenzione secondaria preserva da morte o disabilità 1,2 pazienti ogni 100 trattati, mentre l’approccio multidisciplinare in fase acuta mediante ricovero in una Stroke Unit ne preserva 5,6 ogni 100. Si può quindi ritenere il ricovero in Stroke Unit il miglior trattamento disponibile per i pazienti con ictus cerebrale acuto». Il dato negativo è, come si diceva, che nonostante la risaputa efficacia delle Stroke Unit, «a fronte dei dati di prevalenza e di incidenza dell’ictus cerebrale, l’offerta assistenziale è assai diversa nelle varie Regioni italiane e nelle differenti realtà sanitarie della stessa Regione».

 

Cambiamento di prospettiva e integrazione delle cure

 

Un altro elemento emergente dal Rapporto sull’ictus dell’Auxologico è la necessità di collaborazione e integrazione tra varie figure professionali. Per una patologia che interessa l’apparato cardiovascolare e il cervello. E a seconda dell’area cerebrale interessata, varie funzioni del corpo e della sfera cognitiva. La Stroke Unit dell’Auxologico è appunto un modello di collaborazione e cure integrate tra varie figure di clinici. Tutto ciò proprio a fronte di un cambiamento radicale di prospettiva dei medici rispetto all’ictus. E dell’introduzione di metodiche delicate come la fibrinolisi. «La fibrinolisi o trombolisi endovenosa», spiega Vincenzo Silani, direttore dell’UO di Neurologia – Stroke Unit dell’Auxologico, «(ovvero la degradazione enzimatica della fibrina, che costituisce il materiale trombotico, in prodotti solubili) è un trattamento farmacologico atto a dissolvere il coagulo che ostruisce il flusso ematico ed è l’unico trattamento dell’ictus cerebrale ischemico riconosciuto efficace in acuto. L’efficacia del trattamento dipende dalla finestra temporale (più precocemente si effettua, migliore e la prognosi)».

 

Da qui l’importanza delle Stroke Unit, del personale “allenato” a trattare persone colpite da ictus, selezionandole in base alle caratteristiche fisio-patologiche, all’età e ad altri parametri. Senza lasciare nulla al caso. E soprattutto intervenendo nella “finestra temporale” che consenta di salvare la vita e le capacità residue di un cervello colpito da un danno importante. «Sono cambiati l’attenzione dei medici», prosegue Vincenzo Silani, «e l’interesse della comunità scientifica nei confronti di una patologia che sino a pochi anni or sono era considerata intrattabile e per certi aspetti ineluttabile. Anche la ricerca preclinica ha tratto notevole vigore e numerosi modelli di cerebrovasculopatia sono stati apprestati ed utilizzati in fase preclinica. Il presente non è altro che un momento di uno sviluppo esponenziale verso nuove strategie terapeutiche miranti alla cura dell’ictus e la trombolisi potrebbe, in questa prospettiva, solo aprire la strada verso approcci sempre più sofisticati: certo le va riconosciuto il merito di avere segnato un nuovo cammino ponendo le cerebrovasculopatie acute al centro dell’attenzione medica e neurologica. Anche il percorso formativo del giovane medico è stato modificato, dovendo prendere piena coscienza di nuovi strumenti terapeutici».

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