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Mer17102018

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"A Rimini: abile, arruolato! ", l'opinione di don Renato Sacco

Così scrive don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi

"Tra poche ore, oggi 21 agosto, al Meeting di Rimini ci sarà una tavola rotonda con il ministro della Difesa Mario Mauro: "Sicurezza ed educazione nelle missioni di pace". La mia è una lettera, come dire 'preventiva' (in quegli ambienti si usa dire così…). Non so come andrà, ma sicuramente le premesse ci sono tutte perché sia un successo. Insieme al ministro ci saranno generali e graduati vari, tutte persone 'arruolate', come la stessa Monica Maggioni, chiamata a introdurre il dibattito: una giornalista appunto arruolata (embededd) che ci ha raccontato la guerra in Iraq nel 2003 a bordo dei carri armati americani che entravano a Baghdad… mica storie, qui si fa sul serio. E anche l'informazione è una cosa seria! 
Sarà certamente un dibattito ricco e interessante, non con le solite tiritere sulla guerra, sulla violenza, sulle spese militari, sull'articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra, sulla follia della guerra. 
No, qui si parla di pace, mica di guerra. Anzi di 'missioni' di pace. Mica le solite storie di chi dice che la presenza militare italiana in Afghanistan costa 2 milioni di euro al giorno! O di chi avanza sospetti che la Cooperazione Italiana sia un po'… funzionale alla presenza militare, come dire un po'…'arruolata'. 
No no, qui a Rimini si parla di pace e di educazione. Mica come quelli che addirittura hanno lanciato una campagna "Scuole smilitarizzate. La scuola ripudia la guerra". Ma pensa... 
No, qui si parla di pace, e sono certo che il Ministro non si farà distrarre da queste provocazioni che lo porterebbero fuori strada. Il ministro ribadirà il suo concetto che per 'amare la pace bisogna armare la pace', che gli F35 sono necessari per la pace e che bisogna mettere la persona al centro, ecc. ecc. Spero che non ci sia qualcuno che vada a tirar fuori le radici cristiane o faccia qualche citazione inopportuna, tipo 'la guerra è il suicidio dell'umanità', oppure 'fede e violenza sono incompatibili' o richiami una riflessione sull'attuale modello di Difesa, sui grandi interessi delle lobby delle armi o, peggio ancora, vada a tirar in ballo addirittura il Vangelo e Gesù Cristo. No, a Rimini si parla di pace e di educazione. E sarà sicuramente un dibattito serio: abile, arruolato!"

Vittime di Boston e in Iraq, ne parla don Renato Sacco

A Boston, al termine della maratona, sono esplose alcune bombe. Tre morti, tra cui un bambino, e tanti feriti. Alcuni anche gravi. Molte TV italiane, giustamente, l'altra sera hanno fatto una lunga diretta, e la notizia ha molto spazio sui mass media anche ieri e oggi, con fotografie, testimonianze, indagini, ecc.. 
La sera di lunedì 15 avevo da poco sentito l'amico Louis Sako, Patriarca Caldeo a Baghdad. C'erano state molte esplosioni in diverse città dell'Iraq, almeno 37 morti e centinaia di feriti. E mi colpiva vedere scorrere, durante la diretta da Boston, verso mezzanotte, il titolo piccolo che ricordava anche in morti in Iraq. Da quanto tempo non abbiamo una diretta da Baghdad? Forse perché è pericoloso? O forse perché ormai si sa, là, in quei Paesi... si continua a morire e ormai ci abbiamo fatto l'abitudine? Le bombe e i morti non fanno più notizia? La stessa cosa si potrebbe dire per molti altri Paesi dove scoppiano bombe e muoiono persone, dall'Afghanistan (solo qualche giorno fa bombardamenti con vittime anche bambini...), alla Siria, (dove hanno fatto notizia i giornalisti rapiti, non tanto i morti che continuano ad esserci ogni giorno...) e l'elenco potrebbe essere molto più lungo. 
Certo: è importante indignarsi per quelle bombe a Boston! Al termine di una manifestazione sportiva! Si pensa al terrorismo. Tutto giusto e doveroso! 
Certo, ogni vita umana stroncata merita attenzione, riflessione e che tutto si fermi, anche con una diretta TV. 
La domanda è: come mai per altre bombe e altre vittime non si riesce a fare una diretta TV? Forse perché sul posto non ci sono i giornalisti, direbbe qualcuno. 
La conseguenza è che, me lo ricordava già 30 anni fa un amico giornalista: esiste la notizia non il fatto. E se non c'è la notizia non c'è neanche il fatto. Forse è il caso di essere vigilanti, perché il rischio reale è che in questo modo di fare informazione, molti morti vengono classificati di serie 'B' o, addirittura, non esistano. Diciamo di saperlo, ma ce lo dimentichiamo facilmente.

 

Don Renato Sacco

"Diritto/dovere di informare senza bavagli", un lettore

Gentile Redazione, sono rimasto perplesso leggendo l'articolo "Il diritto/dovere di informare prima di tutto", in particolare le parole "Possono chiederci di tutto, ma non di non dare voce alla gente...". Da giorni mi chiedo per quale motivo non sia più possibile pubblicare commenti alle notizie sul vostro sito. Forse alcuni commenti dei lettori davano talmente fastidio alla politica provinciale, che avete rischiato di perdere qualche contratto pubblicitario? Se ciò è accaduto per un innocuo articoletto di cronaca riguardo a una rissa tra calciatori dilettanti, a maggior ragione avrete subito pressioni dall'alto per la soppressione dei commenti, cioè per non dare più voce alla gente. La cosa confermerebbe, senza grande stupore, la mia opinione personale sullo stato disastroso della politica (ai livelli delle aree più arretrate del nostro Paese) e dell'informazione nel VCO. Lo spazio per i commenti di questo sito era uno sgabello su cui noi lettori potevamo salire per bacchettare i politicanti locali, integrando a volte le notizie se testimoni diretti di un fatto. Con la soppressione dei commenti ci perdiamo noi, ci perdete voi e ci perde soprattutto l'Informazione. E poco importa se possiamo pubblicare i nostri commenti su FB (sorta di giocattolo fine a se stesso, su cui appariranno comunque queste mie righe); offrivate uno spazio di partecipazione democratica ai vostri lettori, ora non lo offrite più.  Grazie anticipate di un cortese riscontro e cordiali saluti, Maurizio Ferrin

 

 

 

 

Addio Laurenti Giapparize, parole da Verbaniasettanta

In un pomeriggio assolato di quest’agosto caldissimo abbiamo salutato per l’ultima volta nella basilica di San Vittore il nostro concittadino di origine georgiana Laurenti Giapparize, morto a 93 anni. Quest’uomo mite, discreto e gentile, che sino a pochi mesi fa capitava di incontrare nelle vie di Intra, è stato parte della storia della nostra città. Soldato di leva nell’Armata Rossa, nel 1939 viene mandato sul confine con la Romania, catturato dai tedeschi, forzosamente arruolato con altri compatrioti nella Wehrmacht e inviato in Italia. Qui Laurenti diserta, si unisce ai gruppi partigiani e combatte in Valgrande, dove conosce l’infermiera Maria Peron, che tra l’aprile del ’44 e la fine della guerra si prende cura dei giovani partigiani feriti e diventa “medico di brigata” della divisione “Valgrande Martire”. Finita la guerra, Laurenti non rientra in patria con gli altri partigiani georgiani: il 15 agosto del 1945 sposa nella chiesa di Cicogna Maria Peron e resta a Verbania: il lavoro, la famiglia, i figli, l’attività politica. Gioie e dolori. Insomma, la vita.

Ora che Laurenti, dopo una lunghissima esistenza, è morto, il suo ricordo si salda in maniera indissolubile con quello della moglie, scomparsa improvvisamente nel 1976, alla quale la Città di Verbania nel 2005 ha intitolato la scuola elementare di Sant’Anna. Maria e Laurenti fino  quel terribile e straordinario 1944 erano due individui che la risacca drammatica e misteriosa della guerra aveva trascinato là dove mai avrebbero immaginato. L’infermiera del Niguarda, originaria del Veneto, fatta fuggire dai resistenti milanesi nel Verbano per sottrarla all’arresto dei nazifascisti e divenuta in una manciata di mesi insostituibile punto di riferimento dei patrioti; il giovane soldato georgiano vestito con la divisa prima di Stalin e poi di Hitler, riconquistato alla libertà da uno sdrucito giaccone partigiano in un angolo sperduto d’Italia.

In quell’anno sulle montagne Laurenti e Maria hanno dismesso la condizione di individui e sono divenuti persone: hanno consapevolmente scelto di mettere più e più volte a rischio la loro vita per salvare uomini e donne che condividevano gli stessi ideali di democrazia, di libertà, di uguaglianza, di solidarietà. E lo hanno fatto nell’umile concretezza di gesti semplici e definitivi: una marcia notturna di scorta, una medicazione di fortuna, un gesto di pietà per un compagno ucciso. Venuti da chissà dove, si sono calati nel cuore di una comunità che non conoscevano e l’hanno arricchita con una testimonianza silenziosa e operosa. E’ bastato quell’anno magnifico e terribile per trasformare due individui braccati dalla guerra in due pilastri della nostra comunità per i molti decenni a venire.

Non verrà meno la riconoscenza di Verbania per Maria e per Laurenti.

 

 

 

 

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