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Germano Barale è andato in fuga...

germano baraleAddio a Germano Barale, pioniere del nostro ciclismo, padre di Florido Barale e nonno di Francesca. Fu professionista dal 57 al 64 correndo 8 Giri e 3 Tour, gragario, divenne ‘quello delle pecore’ dopo un traguardo volante. Aveva 81 anni.

Germano Barale è andato in fuga. E’ scattato verso il cielo. Uno dei grandissimi, immensi personaggi della storia del ciclismo di questa piccola provincia nascosta. Se n’è andato in silenzio questa sera, quel silenzio dovuto ad una malattia contro la quale lottava da molto tempo e che ha vinto ma contro la quale aveva fatto battaglia sino all’ultimo momento, come solo quelli come lui, plasmati nella scorza da anni ed anni di bicicletta in quel poetico ruolo di gregariato , sapevano fare. Era del gennaio 1936, aveva 81 anni il ‘Mano’, perchè poi alla fine tutti lo conoscevano così, e dopo la gioventù con la maglia del Pedale Ossolano è stato ciclista professionista dal 1957 al 1964, anni belli, nei quali più che al successo personale pensava a quello dei suoi capitani che si chiamavano Fausto Coppi, Franco Balmamion, Yvo Molenaers, Rolf Graf o Nino Defilippis, con le maglie della San Pellegrino di Ginettaccio Bartali che lo ha portato al professionismo insieme al fratello Giuseppe, anche lui scomparso alcuni anni or sono in tragiche circostanze, oppure della Bianchi Pirelli o soprattutto quella bianconera della Carpano giunta in cima al mondo. Si; era un ‘gregario’: perché il ‘Mano’ attaccava i bar e le fontane, per riempirsi di acqua fresca da portare ai suoi leader oppure tirava e tirava sempre per sostenere il capitano. Quante storie di strada, quanta leggenda negli otto Giri d’Italia ed i tre Tour de France del Mano: come quella volta che scambiò con il compagno Toni Bailetti il premio di un traguardo volante; a Bailetti un viaggio, a Barale due pecore; del resto lui aveva già del bestiame a casa ed i due animali facevano comodo. Per questo aneddoto sarà per tutta la carriera ‘ul peurat’, il pecoraio, o come quella volta che a causa di una borraccia d’acqua trovata per strada fece star male il suo capitano Defilippis costringendolo al ritiro. E poi il 1963, quando il Giro verso Leukerbad toccò la sua Villadossola e lui impose al gruppo di lasciarlo andare all’attacco per poter attraversare l’Ossola in solitudine. E chi dimentica il Giro di Lombardia del 1961, sul proibitivo Muro di Sormano il ‘Baralino’ saliva in piedi sui pedali e dietro lui, sceso dalla bicicletta, annaspante, in crisi, il campione del mondo Rik Van Looy fasciato dalla maglia iridata, il belga che Germano chiamava amorevolmente e con grande rispetto: “Cul bastardun” perché non lasciava nulla a nessuno. Ci mancheranno le chiacchierate con quel sorriso di sempre, ci mancheranno tanti altri aneddoti che ci ha raccontato e che sono rimasti nella penna. Ciao Mano, grazie per ciò che hai dato al ciclismo italiano e di queste lande, ogni tanto guarda giù perché qui hai lasciato un figlio che vive ancora per la bici ed una brava nipotina che va forte e ad ogni vittoria si è sempre ricordata di te. A loro ed a tutta la tua famiglia vanno le nostre condoglianze. Ah Mano… adesso che stai raggiungendo il Paradiso, se di strada trovi una fontana, riempi una borraccia, non si sa mai che lassù trovi ‘il Coppi’ e una borraccia per il capitano deve sempre essere pronta: Ciao Mano, grazie…

Gianluca Trentini

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