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Giusto pagare meno un macchinista italiano che lavora in Svizzera

crossrail

Lo dice l'Ufficio Federale dei Trasporti elvetico. La battaglia sindacale scoppiò quando Crossrail trasferì i suoi macchinisti da Domo a Briga con stipendio inferiore ai colleghi svizzeri

 ''Non è dumping salariale assumere un macchinista italiano e versargli uno stipendio del 15% inferiore a quelli più bassi pagati in Svizzera''. E' quanto ha deciso l'Ufficio Federale dei Trasporti svizzero mettendo un punto fermo sulla vertenza relativa allo stipendio, ridotto, dei ferrovieri che risiedono in Italia ma lavorano in Svizzera.
La vertenza era stata aperta dal Sev, sindacato del personale dei trasportatori. La battaglia sindacale scoppiò quando Crossrail, impresa ferroviaria svizzera, venne criticata per aver trasferito i propri macchinisti da Domodossola a Briga, con stipendi inferiori a quelli percepiti dai colleghi svizzeri.
FFS e BLS versano stipendi compresi tra 5400 e 5700 franchi; quelli di Crossrail ammonterebbero a 3600 franchi secondo il sindacato, mentre la società parla di oltre 4000 franchi.
 
Nel valutare il "caso Crossrail", l'Ufficio Federale ha tenuto conto che i macchinisti risiedono in Italia dove svolgono la propria attività per il 70 per cento. ''In Italia - si legge nella decisione - il costo della vita è inferiore del 30 per cento''. L'Ufficio federale ricorda anche che il loro potere d'acquisto è maggiore di quello dei conducenti di locomotive che risiedono in Svizzera e che lavorano soprattutto nella Confederazione. Pertanto le paghe inferiori del 15 per cento sono sono da ritenersi "usuali per il settore" e quindi "conformi alla legge".
La vertenza nacque quando Crossrail decise di trasferire il suo personale a Briga, in Vallese. Allo scalo di Domo 2 la società svizzera occupava allora 30 macchinisti e 12 assistenti. Oltre al sindacato svizzero scese in campo anche la Uil frontalieri che accusò Crossrail ''di voler concordare le paghe direttamente con i lavoratori''. Il sindacato chiedeva l'applicazione di contratti collettivi, anche perché la Svizzera aveva firmato accordi bilaterali con l’Unione Europea sulla libera circolazione, accordo che rigetta discriminazioni sulle condizioni di lavoro e sullo stipendio tra il lavoratore straniero e quello svizzero. 
 Una battaglia per ora persa.
 
di Renato Balducci
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